Un massacro di soldati compiuto dallo Stato Islamico dal bilancio che oscillerebbe tra i 500 e i 1.700 morti. E’ l’ultimo, raccapricciante racconto che emerge dal caos scoppiato in Iraq. Centinaia di militari iracheni e cadetti dell’aeronautica sarebbero stati massacrati dai jihadisti dello Stato islamico lo scorso giugno nella base aerea Spiker, a nord di Tikrit, dopo che l’avevano conquistata. Ad affermarlo è un cadetto sopravvissuto alla strage, che in un’intervista televisiva ha confermato le denunce già venute da fonti politiche e organizzazioni per i diritti umani irachene, anche se nulla si sa di preciso sulla sorte dei militari, che ancora risultano ufficialmente dispersi.

Era stato lo stesso Isis ad affermare su alcuni siti jihadisti di avere ucciso in esecuzioni sommarie non meno di 1.700 persone dopo che aveva conquistato la base durante l’offensiva che aveva portato anche alla cattura di Mosul, la seconda città dell’Iraq. Le forze dello Stato islamico erano poi scese verso Tikrit, investendo il complesso militare ancora conosciuto con il nome datogli dalle truppe americane che lo usavano come base. Hassan al Abbos, il vice governatore della provincia meridionale di Theqar, da dove venivano molti dei militari, ha detto che le autorità locali hanno stilato una lista di 497 possibili vittime del massacro. Ma i familiari, non contenti delle spiegazioni finora fornite, hanno chiesto notizie certe, minacciando di dare l’assalto alla prigione di Nasseriya e di massacrare per vendetta centinaia di miliziani dell’Isis che vi sono detenuti.

Un cadetto, Ali Hussein Al Waely, ha detto di essesi salvato fingendosi morto, durante fucilazioni di massa compiute dai jihadisti. “Sono rimasto steso a terra, e poi, quando mi sono rialzato ho visto cadaveri ammassati tutto intorno”, ha detto Al Waely. “Più tardi – ha aggiunto – ho sentito che altre esecuzioni erano avvenute lungo il fiume (Tigri, ndr) e che molti cadaveri erano stati scaricati in una fossa”. Il cadetto ha accusato alcuni ufficiali all’interno della base di avere collaborato con i miliziani islamici aprendo loro i cancelli e “alcuni membri di clan tribali locali, in particolare quelli di Albu Ajil e di Baijat”, di avere preso parte al massacro insieme a detenuti che erano evasi dalla prigione di Tikrit.

L’agenzia Al Aswat, dando il 13 giugno la notizia della caduta della base Spiker, aveva riferito che centinaia di militari erano stati rapiti e che 350 membri delle forze speciali dell’esercito erano stati portati in corteo legati per le vie di Tikrit come un trofeo di guerra, per venire poi rinchiusi in una prigione della città. Di loro non si è più saputo nulla. Nei giorni scorsi un deputato, Helal al Sahlani, aveva raccolto le firme di un’ottantina di colleghi per chiedere una sessione d’emergenza del Parlamento che dibattesse del caso.