Carcere fino a 2 anni e multe da 10mila a 100mila per chi istiga all’anoressia o alla bulimia. Sono queste le nuove misure che il Parlamento, per un’iniziativa bipartisan presentata lo scorso 19 giugno a Montecitorio, intende prendere per contrastare gli oltre 300.000 siti internet e blog (cosiddetti “pro-ana” e “pro-mia”) che incitano alla magrezza estrema, con consigli su come smettere di mangiare e vomitare per raggiungere il traguardo dei 35 chili. Prima firmataria del 580-bis del codice penale (un’estensione del reato di incitamento al suicidio) è Michela Marzano, deputata del Pd, docente di Filosofia morale all’Università di Parigi V René Descartes e autrice di diverse pubblicazione tra cui “Volevo essere una farfalla”, storia della sua battaglia personale contro l’anoressia. “Dopo avere pubblicato il libro ho ricevuto migliaia di email da genitori, insegnanti e personale medico che mi chiedevano un confronto sulle figlie, alunne e pazienti con disturbi alimentari”, spiega Marzano. “In Italia non esistono linee guida nazionali su questo fenomeno che è in continua crescita, né misure concrete per fermarlo. Una legge come quella che abbiamo appena presentato quindi è doverosa. Ricordo che in Francia una normativa simile sta per essere discussa al Senato”. L’intervento che è stato firmato, tra le altre, da Paola Binetti, Mara Carfagna, Mariastella Gelmini, prevede anche iniziative per migliorare l’educazione sanitaria e alimentare, la preparazione del personale sanitario e scolastico, la promozione delle diagnosi precoci e costerà in tutto ai cittadini 3 milioni di euro (per gli anni 2014, 2015 e 2016).

L’idea del carcere per arginare un fenomeno come quello dei disturbi alimentari sta però suscitando diverse polemiche. “E’ una legge assurda, ultraconservatrice, che porta a ragionare con la frusta”, dice Chiara Lalli, filosofa e giornalista autrice di diversi saggi (l’ultimo “La verità, vi prego, sull’aborto”). “Come si può pensare di mettere in prigione le autrici dei blog, dei siti internet, delle pagine Facebook che spesso sono proprio le ragazze che soffrono di anoressia? Invece di intercettare il loro malessere, magari agganciandole attraverso la rete, si pensa a punirle. La sensazione che ho è che questa misura sia stata fatta sull’onda di un impulso, che manchi di riflessione, di studio. E lo dico anche perché nella premessa c’è scritto che le ricerche sull’anoressia in Italia sarebbero poche. Basta informarsi un attimo per trovare una bibliografia sterminata in merito”.

La rilevanza penale della legge ha sollevato i dubbi anche della giornalista Angela Azzaro che ha scritto una lettera a Marzano. Pur apprezzando il tentativo di risolvere un problema “enorme e spesso sottovalutato”, Azzaro critica “la cultura punitiva” della legge: chi ha vissuto e conosce l’anoressia, spiega, “sa che non può esserci un colpevole che spinge una ragazza, e oggi anche molti più ragazzi, a cadere in un drammatico rapporto con il cibo e con se stessi”. Oltre al fattore culturale, che riguarda i modelli di bellezza e l’immaginario proposto da tv, giornali, cinema e web, dietro all’anoressia ci sono anche i drammi privati dei singoli individui.

Attacchi a cui ha replicato la stessa Marzano. “Le leggi”, spiega, “hanno sempre un valore simbolico. E nonostante le critiche mi stiano facendo riflettere sul modo migliore per modificare questa proposta, resto dell’idea che si debba trovare una soluzione di fronte ai siti pro-ana e pro-mia che, facendo l’apologia dell’anoressia e della bulimia, rischiano di intrappolare per sempre chi cerca solo di dire tutta la sofferenza che si porta dentro”.