Passare per un dittatore. È questo il timore che più sembra tormentare Renzi in questi giorni.

I dissidenti del suo partito lo descrivono come antidemocratico, l’opposizione come un dittatore peggiore anche di Mussolinicostituzionalisti descrivono le riforme che ostinatamente porta avanti come “una svolta autoritaria”. Il Fatto Quotidiano raccoglie le loro voci e quelle dei cittadini attraverso delle firme per fermare i “ladri di democrazia” dietro queste riforme.

Renzi ha quindi tutte le ragioni di temere per la sua immagine. Da portatore di “speranza” e sorrisi che era, rischia di iniziare a spaventare. Lui conosce bene quanti consensi faccia perdere la paura e l’ha usata spesso come arma di comunicazione contro i suoi avversari.

Di solito, essendo un abile comunicatore, il premier riesce sempre a rispedire al mittente le accuse. Spesso gira contro gli avversari gli attacchi al suo indirizzo usando esattamente gli stessi termini. In questo caso ha parlato infatti di “dittatura della minoranza“. Poi, forse a causa dell’estremo fastidio che prova verso questa definizione ha agito di impulso commettendo un grave errore, lo stesso che decretò la fine del Presidente americano Richard Nixon.

Il 17 novembre del 1973, l’allora Presidente degli Stati Uniti Nixon cercò di allontanare i dubbi sul suo coinvolgimento in uno scandalo di spionaggio politico, il Watergate, pronunciando una frase che sarebbe passata alla storia: “non sono un imbroglione”.

Questa dichiarazione rimbalzò su tutti i media e l’opinione pubblica si fece un’idea negativa del Presidente: quella di un imbroglione. Gli psicologi, come chi si occupa di comunicazione e costruzione del consenso sanno bene che l’inconscio non riconosce le negazioni (come i “no” e i “non”). Per la nostra parte più profonda, quella dalla quale provengono le emozioni, le impressioni e la maggior parte delle decisioni – come il voto- una frase di questo tipo equivale all’affermazione: “sono un imbroglione”. Per questo molti politici preparati parlano solo in termini positivi. Un esempio è quello di Berlusconi che quando deve respingere l’accusa di essere un bugiardo non dice mai: “queste affermazioni non sono vere”, ma dice che: “sono il contrario della realtà”.

Seppur parlandone troppo, Renzi era andato piuttosto bene nelle sue prime dichiarazioni, compresa la lettera ai senatori dove scrisse: “Si può essere d’accordo o meno con questa riforma: definirla svolta autoritaria però significa litigare con la realtà”.

Quando si parla troppo però, il rischia di sbagliare aumenta. Renzi ha scritto un’altra lettera, una eNews. E’ lì che ha commesso l’errore alla Nixon. Il premier ha scritto in quel messaggio una frase che ha avuto grande risonanza su tutti i media: “le riforme non sono il capriccio di un leader autoritario”. Dichiarando che le riforme “non sono il capriccio di un leader autoritario” Renzi ci trasmette l’immagine di sé come leader autoritario e perfino capriccioso, quindi emotivamente instabile.

La fortuna di Renzi è che gli effetti di questo scivolone comunicativo non saranno devastanti come per Nixon. Il Watergate fu un caso di spionaggio che interessò l’opinione pubblica di tutto il mondo, mentre le nostre riforme non interessano neanche agli italiani stessi, la maggior parte dei quali ne sa poco o nulla e a conoscerle nei dettagli è il 3%.