Come arriva la Turchia e il partito del premier “aspirante sultano” Erdogan alle elezioni presidenziali del prossimo 10 agosto? Riusciranno Ekmeleddin İshanoğlu (nella foto) e Selahattin Demirtaş a infastidire la corsa che, ad oggi, sembra solitaria dell’attuale primo ministro? Tra dieci giorni la Turchia sceglierà il successore di Abdullah Gul, un tempo amico e sodale di partito del premier Erdogan, da cui si è progressivamente distanziato a partire dai fatti di Gezi Park, passando per la sua crociata contro i social network, fino alla “separazione consensuale” dopo lo scandalo-corruzione dello corso inverno, che ha coinvolto gran parte del governo e anche il figlio dello stesso Erdogan.

Per la prima volta nella storia della Turchia, un’elezione popolare diretta decreterà il nuovo Presidente della Repubblica: nel caso in cui nessuno dei candidati superasse il 50% delle preferenze, si andrebbe al ballottaggio previsto due settimane dopo. Si tratta di una tornata elettorale particolarmente delicata per il Paese, dopo le difficoltà politiche ed internazionali di Erdogan, uscito mediaticamente male dalla repressione andata in scena dodici mesi fa a Gezi Park, seguita dalla Tangentopoli sul Bosforo che lo ha costretto ad un mega rimpasto del suo esecutivo, senza dimenticare i primi scricchiolii economici con i creditori asiatici intenzionati a chiudere i rubinetti di dollari a disposizione dei progetti faraonici di Erdogan (come il terzo aeroporto sul Bosforo).

I sui competitors, ufficializzati appena due settimane fa, sono Selahattin Demirtaş e Ekmeleddin İshanoğlu. Il primo, curdo, è appoggiato dall’HDP, il principale partito di sinistra, nato nelle settimane del gran caos suscitato dalla reazione violenta dello Stato alle proteste di Gezi Park. Potrebbe scontare l’eccessiva caratterizzazione ideologica che non gli aprirebbe le porte del voto centrista o moderato. Ishanoglu è stato a capo dell’Organizzazione per la cooperazione islamica. Settantacinquenne, nato al Cairo, è un intellettuale ben conosciuto in Occidente per le sue posizioni ecumeniche, come dimostra il manifesto di cui fu uno dei firmatari nel 2007 in cui si perseguiva il dialogo interreligioso tra Cristianesimo e Islam. Viene sostenuto da un’ampia e trasversale serie di partiti: i kemalisti del CHP, gli ultranazionalisti del MHP, i marxisti del TSİP, e gli islamisti del BBP. Dalla sua ha forti legami con il mondo arabo, ma soprattutto con Tel Aviv e Washington, contro ha il fatto di non essere noto all’elettorato popolare. Due gli scenari possibili. Con Erdogan vincente al primo turno, ci sarebbe la definitiva consacrazione di una Turchia distante e distinta dagli sforzi democratici di Ataturk, con all’orizzonte altre limitazioni di diritti e della libertà personale come, in modo particolare nell’ultimo anno, la comunità internazionale ha assistito nel Paese. In caso di ballottaggio, invece, un ruolo significativo lo giocheranno le alleanze programmatiche e non meramente ideologiche o partitiche.

Intanto il partito di Erdogan, l’AKP, ha annunciato il forfait di uno dei più stretti collaboratori del premier, Dengir Firat. In molti asseriscono che a urne chiuse nel paese inevitabilmente scoppierà una nuova crisi politica. Secondo alcuni analisti le dimissioni Dengira Firat – uno dei fondatori ed ex vice presidente del partito Giustizia e Sviluppo della Turchia – segnano la profondità della spaccatura nel partito un attimo prima delle elezioni presidenziali. “L’appartenenza all’AKP non mi ha permesso di parlare contro ciò con cui non ero d’accordo”, ha spiegato Dengir Firat (che non sosterrà Erdogan) motivando la propria scelta. Erdogan, impegnato nella campagna elettorale in un tour delle regioni orientali del paese non ha commentato la notizia.

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