La chiusura de L’Unità? Determinata da “veti politici ed azionari incrociati”. Matteo Fago, socio di maggioranza della Nie, società editoriale del quotidiano fondato nel 1924 da Antonio Gramsci, punta il dito contro le scelte del Partito democratico e, in particolare, contro le parole “offensive” del tesoriere Francesco Bonifazi in merito gestione della crisi del giornale. “È giunto il momento, soprattutto per rispetto dei lavoratori che dal 1° agosto saranno messi in cassa integrazione – dice – che ognuno si assuma con coerenza le proprie responsabilità”. Intanto gli azionisti di Nie non hanno trovato un accordo e il quotidiano da domani, per la terza volta nella sua storia, sospende le pubblicazioni. Ma il direttore Luca Landò annuncia sul numero di oggi: “Fate girare la voce: questo non è l’ultimo numero. L’Unità è viva”. 

Fago aveva proposto un piano di salvataggio per il giornale e, in una nota, risponde alle dichiarazioni rese martedì scorso dal tesoriere dem “secondo cui la proposta di Editoriale Novanta (società attraverso la quale è azionista Fago, ndr) ‘non garantiva una prospettiva certa per il futuro editoriale e occupazionale dell’Unità'”. Una posizione che secondo l’azionista “appare smentita dai fatti visto che ‘la soluzione certa’ che si è realizzata, non accettando la proposta, è la chiusura di un giornale con 90 anni di storia e la cassa integrazione per tutti i lavoratori”. La proposta della Editoriale Novanta, afferma Fago, “prevedeva un affitto dell’azienda per 6 mesi prorogabili fino a 12 con l’obiettivo di ristrutturare, riorganizzare e sanare l’impresa per portarla in equilibrio economico e finanziario prendendo in carico i costi del periodo e mantenendo la pubblicazione del giornale. Si prevedeva poi un successivo acquisto dell’azienda risanata una volta che fosse in grado di affrontare il mercato, essendo la società disponibile a pagare un prezzo fino a 12 milioni di euro per l’acquisto. A questa ipotesi i lavoratori avevano aderito con fiducia ed entusiasmo essendo anche disposti a pesanti sacrifici pur di mantenere l’occupazione di tutti, la dignità del lavoro e la continuità del giornale”.

Alla vigilia della sospensione delle pubblicazioni, la terza in 90 anni di storia del giornale, il direttore Landò chiarisce che quello di oggi non è l’ultimo numero e spiega che “ora inizierà un partita nuova e diversa che avrà un commissario come arbitro” e che “sarà lui, non più l’assemblea dei soci, a valutare le offerte per rilanciare il giornale”. “Stando ai liquidatori – prosegue Landò – che ieri hanno incassato il no a sorpresa dell’assemblea dei soci a un piano di rilancio (proposto dal socio di maggioranza e sostenuto dai poligrafici e giornalisti), la palla, sotto forma di ‘domanda di concordato preventivo’, passerà ora a un tribunale che nominerà un commissario. A quel punto le cose potranno soltanto peggiorare o migliorare. Sembra banale ma è così. Peggiorare, perché se nessuno si farà avanti, la strada obbligata sarà il fallimento e addio ritorno in edicola. Migliorare, perché a quel punto verrà meno l’assurda regola del 91% prevista dallo statuto della Nie che ha paralizzato ogni tentativo di rilancio della società e della testata”. Una percentuale che, come scriveva il dirttore il 30 luglio, “impone una maggioranza del 91% per prendere qualunque decisione, regalando un potere di veto che nemmeno al Consiglio di sicurezza dell’Onu“. A decidere del futuro del giornale “sarà il commissario – precisa il direttore – e lui solo a decidere il peso e il valore delle offerte che arriveranno: niente più giochi o sgambetti e questo è già qualcosa”.

“Arriveranno altre offerte? – si chiede Landò – Ieri abbiamo saputo che Matteo Fago rilancerà la sua, quella che è stata fermata dagli altri soci martedì e che verrà ripresentata in forma riveduta e corretta (leggi ‘rinforzata’) perché questo chiederanno i liquidatori a chi vorrà sottoporsi, non più al giudizio di un’assemblea della Nie, ma a quello di un commissario. E’ una notizia importante perché apre uno spiraglio, anzi due. Il primo che si potrebbe innescare una corsa al rialzo in cui vince chi offre di più, non solo in termini di soldi, ma anche di garanzie per lavoratori e azienda. Il secondo, a non trascurare, che in questo modo, si chiuderebbe la porta a chi, giocando sul filo del fallimento, potrebbe pensare di prendere il nome di questa testata, e solo quello, per un pugno di euro. Una specie di asta nelle mani di un giudice o di un commissario: è questo il destino che attenderà l’Unità nei prossimi mesi? Probabilmente sì – conclude Landò – e che vinca il migliore”.