“Non aver paura quando senti un missile che si avvicina. Se riesci a sentirlo vuol dire che non sta venendo verso di te. Il suono viaggia più lento di una bomba“. Una mezza risata, una mezza bugia. Il tutto infarinato con un po’ di scienza. Certo non è una formula matematica, ma il solo fatto di ripeterselo esorcizza la paura. La famiglia di Asharaf ha perso tutto la settimana scorsa, dopo che un sms dell’esercito israeliano aveva avvertito: “Lasciate la vostra casa, verrà bombardata tra poco”. In meno di cinque minuti Asharaf sveglia i suoi tre figli, il più grande ha 12 anni, e fa correre tutti giù per le scale. Per strada è buio, una colonna di persone scappa dalla periferia della città. Vivevano a Sheyiaja, al confine nord ovest della Striscia, una delle roccaforti di Hamas, dove il movimento islamico aveva costruito importanti infrastrutture militari. Da lì è cominciata l’invasione di terra israeliana.

Dopo duri bombardamenti, carri armati e mezzi blindati di Tsahal sono entrati a Sheyiaja. La prima notte l’esercito israeliano è caduto in un’imboscata dove sono morti 7 soldati e un altro è andato disperso. La notte dopo Asharaf è scappato. “Sembrava volessero vendicarsi con i civili – racconta il trentenne – di quanto successo alle loro truppe. Cosa si aspettavano? Ci hanno invaso, la resistenza ha combattuto per difenderci”. Ora la sua famiglia, assieme a una numerosa schiera di cugini e fratelli, ha trovato rifugio nel magazzino di un pescatore nell’area del porto. “Questa è la zona meno colpita – continua Asharaf – Certo anche qui hanno distrutto qualche casa, ma da qualche parte ci dobbiamo fermare. Da Gaza non si può scappare. Cielo, terra e mare sono chiusi e controllati dagli israeliani. È proprio per quello che combattiamo, vogliamo la libertà di poterci muovere”.

Dal rubinetto del magazzino esce acqua salata, quella potabile viene distribuita solo con le autobotti. Non c’è più elettricità, al ventunesimo giorno di guerra l’aviazione ha colpito l’unica centrale elettrica della Striscia. I prezzi di frutta e verdura sono aumentati del 70% in meno di una settimana. In questi giorni i circa 400mila sfollati, su una popolazione della Striscia che conta 1,8 milioni di persone, vivono della carità di altri gazawi che non hanno perduto tutto sotto le bombe. Gli aiuti sono in arrivo, in particolare dalla grande comunità palestinese presente in tutto il mondo, ma per ora i valici commerciali, uno al confine israeliano e l’altro a quello egiziano, sono chiusi.

Se le giornate passano ripetitive tra le saracinesche dei negozi e le corse in ospedale per il trasporto dei morti e feriti ripescati dalle macerie, sono le notti – quando gli attacchi si fanno più fitti – il vero cuore del conflitto. Tra il rumore degli F-16 che sfrecciano a gran velocità si riconosce il cinguettio degli uccelli. Il cielo si schiarisce e i bombardamenti diminuiscono. “La guerra fa più paura al buio – racconta Farid mentre tira fuori l’ennesima sigaretta – l’esercito lo sa e non si fa scrupoli a usare l’oscurità. La notte tra lunedì e martedì è stata la peggiore, hanno voluto punirci perchè il giorno prima erano morti dieci soldati“.

I bengala hanno rischiarato per ore il cielo e le strade di Gaza. L’aviazione ha riempito l’aria di bombe sonore “fanno solo un gran botto – continua Farid – ma come spieghi a un bambino che non deve aver paura? Che solo una parte di quelle esplosioni possono ucciderlo e che le altre sono fatte per spaventarlo?”. Per i gazawi questa crisi è uno scontro più psicologico che reale. Il nemico non si vede, manda volantini, sms e telefonate, colpisce da aria, terra e cielo, ma non ha sembianze umane.

Anche Hamas tenta di non farsi notare. I leader del movimento islamico sono spariti da oltre un mese, sottoterra, immobili nei bunker o forse sempre in movimento attraverso la fitta rete di tunnel che corrono sotto la Striscia. I miliziani delle Brigate Ezzedim al Qassam, braccio armato del movimento, vivono in clandestinità da mesi, ma la presenza di Hamas si percepisce. Piccoli gruppi o coppie di ragazzi, sovente vestiti di nero, che agli angoli delle strade scrutano cosa avviene. “Ci danno sicurezza – spiega Farid – e ci fanno paura assieme. Sono la nostra unica difesa a decenni di soprusi israeliani, ma forse ora ci stanno facendo pagare un prezzo troppo alto”. Dall’inizio delle ostilità, 23 giorni fa, sono morti oltre 1200 palestinesi, almeno 900 erano civili di cui circa 230 minori. La scorsa notte è stata attaccata, per la seconda volta una scuola delle Nazioni Unite, dove migliaia di sfollati hanno cercato rifugio. Nel primo attacco alla scuola di Beit Hanoun morirono 17 persone, stanotte a Jabalia hanno perso la vita almeno 20 rifugiati.