Mentre i militanti dello Stato Islamico (Isis) continuano a far saltare in aria i simboli religiosi dell’Iraq settentrionale, gli Stati Uniti hanno avviato un’inchiesta urgente per verificare se gli estremisti abbiano acquisito tecnologie missilistiche in grado di colpire aerei di linea. Distrutto il mausoleo di San Giorgio, patrono della città, mentre una rivolta degli abitanti riesce a fermare i militanti mentre posizionano esplosivo nel minareto simbolo di Mosul.

Usa: inchiesta missilistica urgente. Timori per le compagnie aeree
L’inchiesta statunitense vuole verificare se il Califfato dispone di tecnologie missilistiche capaci di colpire aerei di linea. Lo riferisce il Times. “Il Pentagono ha ordinato alle forze speciali di confermare o meno se l’Isis sia entrato in possesso di missili terra-aria capaci di colpire un obiettivo a oltre 3.000 metri”, scrive il quotidiano. Sull’Iraq, si sottolinea, volano le principali compagnie aeree, da Air France a British, passando per Ethiad

Distrutto mausoleo di San Giorgio
Non conosce tregua la furia dei miliziani jihadisti dello Stato Islamico (Isis), che continua ad abbattersi contro le tombe dei profeti a Mosul, la città dell’Iraq settentrionale caduta il mese scorso nelle loro mani. Dopo la tomba del profeta Giona, anche il mausoleo di San Giorgio, patrono di Mosul, è stato fatto saltare in aria da jihadisti. E’ quanto affermano fonti locali, parlando di una “potente esplosione” avvenuta nella tarda serata di ieri che ha “devastato l’intero mausoleo”. In precedenza, sempre nella giornata di ieri, i miliziani avevano distrutto la mitica tomba di Seth, che ebrei, cristiani e musulmani venerano come figlio di Adamo ed Eva. Mentre giovedì era stata fatta saltare in aria le tombe di Giona, dove la tradizione vuole che fosse sepolto questo profeta, anch’egli sacro a tutte e tre le religioni monoteiste, e di Daniele. I jihadisti dell’Isis giudicano una pratica eretica i pellegrinaggi ai monumenti dell’Islam e del Cristianesimo, in particolare se compiuti insieme dagli appartenenti alle due religioni. Una pratica finora normale in una città come Mosul dove da millenni convivono diverse fedi.

Cos’era il sepolcro distrutto
Mosul fu luogo di pellegrinaggio tanto per i cristiani quanto per i musulmani, per i sepolcri di due santi uomini: il Nabī Yūnis, mausoleo del profeta Giona, sul sito di un convento cristiano, del quale rimangono alcune vestigia, probabilmente ricostruito nel sec. X e poi ampliato e rimaneggiato, e il Nabī Girgīs, sepolcro del patrono di Mossul, San Giorgio, da tutti venerato. Anche questo santuario ha parti antiche, che rivelano la pianta di una chiesa. L’ambiente a cupola, posto innanzi al sepolcro stesso, è orientato verso la Mecca, in contrasto con una adiacente sala a pilastri. L’odierno fabbricato può risalire alla metà circa del secolo XII, ma ha aggiunte più tarde.

Isis tenta di distruggere il minareto icona di Mosul, fermato dai cittadini
Dopo le tombe e le annesse moschee di Giona, Daniele e Seth, i jihadisti dello Stato Islamico (Isil) hanno tentato di far saltare in aria anche il minareto “pendente” (al-Hadbah), accanto alla Grande Moschea di Mosul, il simbolo della città. Ma i miliziani sono stati fermati da una rivolta degli abitanti. Lo riporta la tv al-Sumaria, citando Zuhair al-Chalabi, un funzionario locale della città caduta il mese scorso nelle mani degli estremisti sunniti.  “I terroristi hanno circondato al-Hadba e la Grande Moschea nelle prime ore del mattino”, ha raccontato Zuhair al-Chalabi, “e poi hanno posizionato dell’esplosivo all’interno”. Tuttavia, alcuni residenti sono entrati nella moschea “per fermare l’operazione, e in questo modo hanno fatto desistere i jihadisti”.

Perché Isis distrugge le tombe dei profeti
Come hanno spiegato fonti della formazione sunnita al sito Ankawa, alla base del gesto c’è la convinzione dell’Isil che «secondo l’Islam devono essere distrutti tutti i monumenti funebri che sono stati eretti al di sopra del terreno. Perciò – dichiarano – tutte queste tombe vanno distrutte totalmente perché costruite contro la volontà del profeta Maometto». Secondo l’archeologo Saadallah Hamid la tomba del profeta Giona rappresentava uno dei monumenti più antichi di Mosul. «La moschea e il monumento funebre risalgono agli inizi del XIX secolo – ha spiegato – ed erano costruiti su un monastero siro-antiochieno molto più antico. L’esplosione – ha concluso – ha fatto emergere dei portoni nascosti sui quali sono incise frasi in aramaico». La furia dell’Isil contro le tombe dei profeti ricorda quella dei ribelli salafiti di Ansar Eddine nel nord del Mali, che nel 2012 fecero saltare in aria antiche tombe di Timbuctù, patrimonio mondiale dell’Unesco. In particolare gli estremisti di Ansar Eddine si scagliarono contro le tombe dei santi sufi, sostenendo che si trattava di edifici che alimentavano l’idolatria e che deviavano dalla «retta via».

Patriarca di Baghdad: comunità internazionale inerte
“Pensando oggi alla situazione in Iraq, Siria e Gaza-Palestina, il mio cuore sanguina per gli innocenti che muoiono o che sono scacciati dalle loro case; e sono triste per la timidezza del mondo civilizzato verso di noi”. Sottolineando la completa mancanza di azioni della comunità internazionale, è quanto esprime il patriarca caldeo di Baghdad, mons. Louis Raphael Sako, in un messaggio inviato al card. Philippe Barbarin, arcivescovo di Lione, riportato dall’agenzia Asianews. Il messaggio sarà letto oggi durante una marcia lanciata dalla diocesi in solidarietà con i cristiani dell’Iraq, la cui situazione è divenuta tragica dopo l’invasione del centro nord del Paese ad opera dei miliziani jihadisti dell’Isis, che hanno inaugurato a Mosul un Califfato islamico. Nei giorni scorsi, una specie di editto ha posto ai cristiani alcune condizioni: convertirsi all’islam, pagare la tassa dei dhimmi, abbandonare tutto e fuggire. «Il cristianesimo d’Oriente non deve scomparire – dice ancora il patriarca Sako -. La sua sparizione è un peccato mortale e una grande perdita per la Chiesa e l’umanità intera. Esso deve sopravvivere o meglio vivere in libertà e dignità». «Non ci dimenticate!», è la sua conclusione.

Papa telefona al patriarca Sako: “Vicini ai cristiani”
Ieri Papa Francesco ha telefonato al patriarca Sako per testimoniare la sua vicinanza ai cristiani iracheni, vittime di attacchi degli islamisti. Lo riferisce Radio Vaticana.  

Chiese d’Oriente: “Lavoriamo per azione unitaria”
Le Chiese d’Oriente si stanno organizzando per denunciare, con una sola voce, le azioni del neo-proclamato Califfato islamico. E per chiedere al mondo, ma soprattutto ai responsabili religiosi musulmani, di condannare con coraggio i crimini compiuti contro i cristiani. È quanto annuncia il sito in rete Terrasanta.net, ripreso anche dall’Osservatore Romano in un servizio sulla drammatica condizione a Mosul. “Stiamo lavorando – ha dichiarato Ignatius Aphrem II, patriarca della Chiesa siro-ortodossa, che conta molti fedeli tra Siria e Iraq – per organizzare un incontro con tutti i nostri fratelli patriarchi d’Oriente. Un incontro per discutere tra noi e prendere decisioni rispetto a quello che è avvenuto a Mosul e che sta avvenendo in Oriente. Creeremo una delegazione dei cristiani d’Oriente che vada alle Nazioni Unite e presenti le nostre ragioni lì e ovunque lo ritenga necessario”.