Niente da fare. Anche il governo guidato dal premier che twitta all’alba da Palazzo Chigi e ha trasformato i bagni di folla nel trionfo del selfie si tiene stretta la vecchia carta stampata. E così le informazioni sulle società quotate in Borsa non migreranno sul web, ma continueranno a essere pubblicate sui quotidiani che vanno in edicola. Non solo: d’ora in poi anche le società di gestione del risparmio (sgr) saranno obbligate a dare notizia della convocazione di un’assemblea su due giornali a tiratura nazionale. Gli “aiutini” agli editori arrivano entrambi dal testo finale del decreto Competitività, su cui l’esecutivo ha ottenuto la fiducia al Senato.

Torna l’obbligo per le quotate di comprare spazi sui quotidiani – Per prima cosa, una “manina” ha espunto dal decreto il comma che cancellava l’obbligo di acquistare spazi sulla stampa per comunicare al pubblico prospetti e documenti informativi, sostituendolo con la pubblicazione sul sito internet del gruppo. Obbligo che per gli editori si traduce in incassi di diverse decine di milioni l’anno. L’emendamento, approvato il 23 luglio dalle commissioni Industria e Ambiente di Palazzo Madama, è firmato dal capogruppo Pd Salvatore Tomaselli e dai colleghi di partito Massimo Caleo, Bruno Astorre, Camilla Fabbri, Elena Fissore, Francesco Giacobbe, Pamela Orrù e Francesco Scalia. Ed elimina, con un colpo di penna, la modifica dell’articolo 113-ter, 114, 122 e 125-bis del Testo unico della finanza. Tradotto: addio alla semplificazione che, come spiegato dalla relazione tecnica al testo originario, puntava a “ridurre gli oneri economici delle società quotate correlati all’adempimento dell’obbligo di pubblicazione delle informazioni regolamentate sulla stampa quotidiana”. Anche perché “la pubblicazione sulla stampa non garantisce quella diffusione dell’informazione che oggi è assicurata, in attuazione della normativa europea, dalla immediata pubblicazione nel sito internet della quotata, oltre che dalla trasmissione al sistema di diffusione delle informazioni regolamentate cui hanno accesso le agenzie di stampa e al meccanismo di stoccaggio autorizzato dalla Consob, che ne garantisce la memoria storica”. 

L’ipotesi di una svolta del genere aveva come già in passato fatto salire sulle barricate la Federazione degli editori (Fieg). All’inizio di luglio, in audizione al Senato, il presidente Maurizio Costa aveva auspicato che il Parlamento replicasse l’assist arrivato nel 2009 “quando la Consob pensò di trasferire gli avvisi delle società quotate solo su Internet”. All’epoca l’authority per la tutela del mercato, in attuazione di una direttiva europea sugli obblighi di trasparenza, aveva adottato una delibera in base alla quale convocazioni di assemblee, prospetti informativi e la pubblicità di documenti contabili potevano essere diffusi solo online. Il presidente della Commissione, Lamberto Cardia, era però fermamente contrario. Dopo la sua minaccia di dimissioni e la presa di posizione delle commissioni Finanze di Montecitorio e Palazzo Madama, che “suggerivano” la reintroduzione dell’obbligo di pubblicazione sui quotidiani, a ripristinare lo status quo ci pensò un decreto del governo Berlusconi

In pratica l’unica, piccola sforbiciata ai costi legati agli obblighi informativi è arrivata nel 2013 attraverso una modifica del regolamento emittenti approvata in primavera da Consob: dal 1 luglio dell’anno scorso le quotate non devono più pagare spazi sulla stampa per pubblicare i documenti su offerte pubbliche di acquisto e scambio o di sottoscrizione. E’ sufficiente trasmettere un comunicato all’autorità e ad almeno due agenzie di stampa. 

E Mucchetti lo introduce anche per le sgrE’ stato invece un emendamento dei relatori Massimo Mucchetti (Pd) e Giuseppe Marinello (Ncd), approvato il 23 luglio in seduta notturna, a modificare l’articolo 22 del decreto introducendo anche per le sgr, “al fine di favorire una maggiore partecipazione assembleare”, l’obbligo di pubblicare l’avviso di convocazione dell’assemblea “oltre che con le modalità scelte per la pubblicazione del valore della quota, anche sul proprio sito internet e su almeno due quotidiani a diffusione nazionale”. Non è la prima volta che Mucchetti, ex vicedirettore del Corriere della Sera, interviene in extremis al fianco degli editori. Già in giugno il senatore aveva modificato la norma sulla pubblicazione dei bandi di gara della pubblica amministrazione prevista dal Dl Irpef.

L’ex vicedirettore del Corsera non abbandona gli editori  – La stessa che in aprile, nella conferenza stampa a Palazzo Chigi seguita al varo del decreto, Renzi aveva sbandierato come un successo: l’eliminazione dell’obbligo di pubblicare sui giornali gli avvisi relativi alle gare della pubblica amministrazione. Sarebbero stati diffusi solo in Gazzetta ufficiale, sul sito della stazione appaltante e su quello del ministero delle Infrastrutture. Una misura che “vale 100 milioni di euro di risparmi, capisco che gli editori non saranno contenti”, aveva gongolato il premier. Peccato che con la legge di conversione del decreto sia arrivata, grazie appunto all’intervento di Mucchetti, la proroga al 31 dicembre 2015. Così, a cascata, per l’impresa che vince l’appalto torna in vita l’onere di rimborsare all’amministrazione le spese sostenute.