Primo via libera al decreto legge competitività. Il testo ha ottenuto la fiducia dall’aula del Senato con 159 voti favorevoli e un voto contrario e passa ora alla Camera per la seconda lettura. A porre la questione di fiducia sul maxi-emendamento del governo è stato il ministro per le Riforme e i rapporti con il Parlamento, Maria Elena Boschi. Le opposizioni non hanno partecipato al voto, che si è svolto per chiamata nominale, per cercare di far mancare il numero legale. Obiettivo mancato grazie alla partecipazione dei ministri alla votazione. Il decreto deve essere convertito entro il 23 agosto pena la decadenza.  

Cancellata la norma sui diritti di segreteria dovuti alle Camere di commercio – L’esame da parte delle commissioni Industria e Ambiente del Senato è stato chiuso giovedì notte con una maratona notturnaMa il maxi-emendamento dell’esecutivo, che ha sostituito interamente il Dl, non coincide del tutto con il testo modificato dalle commissioni competenti. Tra i cambiamenti dell’ultimo minuto c’è, per esempio, la cancellazione della norma sui diritti di segreteria dovuti alle Camere di commercio. L’articolo prevedeva che gli oneri dovuti dalle imprese per il deposito dei bilanci dovessero “tener conto delle spese sostenute dalle camere di commercio per la riscossione, la rendicontazione ed il versamento delle somme a favore dell’Organismo italiano di contabilità”. A chiedere di eliminarlo è stato il ministro della pubblica amministrazione Marianna Madia, che vuole accorpare tutte le misure sul sistema camerale nel decreto PaSparite anche le agevolazioni per i “marina resort” (strutture ricettive nei porti turistici), a cui venivano concesse fino a fine anno le stesse agevolazioni riservate ai campeggi, con un costo previsto di 3 milioni di euro.

Eliminato taglio al fondo per il pagamento dei debiti della Pubblica amministrazione – Anche la commissione Bilancio del Senato, che ha dato il proprio parere sul testo, ha ottenuto che fossero espunte alcune norme e ne ha modificate altre. Eliminato per esempio il taglio da 1 milione di euro al fondo per il pagamento dei debiti della Pa, che era stato previsto per coprire l’esenzione delle società che emettono strumenti finanziari quotati o rilasciano titoli scambiati nei mercati regolamentati dalla norma sui tetti agli stipendi degli amministratori. Della materia dovrà occuparsi un decreto ad hoc della presidenza del Consiglio. La Bilancio ha anche detto no all’impignorabilità delle risorse destinate alla copertura del piano di rientro di Campania, Puglia e Basilicata e alla norma che impediva di “intraprendere o proseguire azioni esecutive, anche concorsuali, nei confronti delle società ferroviarie regionali” fino al 31 dicembre 2015. E’ stata poi modificata la ripartizione dei tagli ai fondi per il pagamento dei debiti della Pa con cui verranno coperti i 535 milioni di euro che lo Stato pagherà a Poste nel 2014: aumenta la sforbiciata al fondo che fa riferimento ai debiti di regioni ed enti locali (260 milioni di euro invece di 150 milioni chiesti inizialmente), diminuisce quella del tesoretto per pagare i debiti dei ministeri (150 milioni in meno invece di 260).  

Per i cittadini stranieri nessun limite a uso del contante – Tra le modifiche approvate durante l’iter nelle commissioni di Palazzo Madama c’è anche un emendamento che cancella i limiti all’uso del contante per i cittadini stranieri. Il tetto dei 1.000 euro introdotto dal governo Monti non si applicherà insomma per chi è residente fuori dall’Italia e non ha cittadinanza italiana. 

I dubbi della Ragioneria dello Stato sull’aliquota agevolata per i buoni fruttiferi di Cassa depositi – Una norma relativa a Cassa depositi e prestiti è passata nonostante le perplessità della Ragioneria dello Stato. Si tratta della revisione del regime fiscale applicato alle operazioni di raccolta della sua “gestione separata”, quella che utilizza il risparmio postale per gestire il finanziamento degli investimenti dello Stato e degli enti locali. Un emendamento di Forza Italia approvato dalle commissioni Industria e Ambiente ha ridotto l’imposizione prevedendo per i proventi dei buoni fruttiferi postali un’imposta sostitutiva uguale a quella applicabile sui titoli di Stato, cioè il 12,5%. Il dipartimento del Tesoro ha segnalato che questa equiparazione presenta “possibili profili di criticità sotto il profilo della compatibilità con al normativa europea in materia di aiuti di Stato”.