Succede che a Mulhouse Vincenzo Nibali perda la maglia gialla. Che gliela sfili Tony Gallopin della Lotto, un giovane francese rampante di ventisei anni: la indosserà durante la decima difficilissima tappa che arriverà in cima a La Planche des Belles Filles, in una giornata molto particolare per la Francia, quella del 14 luglio, festa nazionale francese, dunque festa nella festa. Gallopin non è tra i favoriti di questo Tour, comunque ha ora un discreto vantaggio su Nibali, secondo in classifica a un minuto e 34 secondi. Il suo primato è tuttavia, come dire?, strumentale: “Oggi abbiamo lavorato tutto il giorno, nessuno ci ha aiutato – ha detto Vincenzo, prima di entrare nel pullman della squadra – ho perso la maglia, è vero, ma non c’è da perdere la testa. Intanto, domani, con un arrivo in salita molto duro, non toccherà a noi controllare la corsa”.

Cosa si deduce dalle parole di Nibali? Che l’Astana ha speso probabilmente più di quanto avesse preventivato, nel gestire la corsa, in questo scoppiettante inizio di Tour. Che Alberto Contador ha scatenato la guerra a Nibali e che dispone di una squadra forse più attrezzata rispetto a quella del messinese. Per questo l’Astana, non avendo spinto l’acceleratore per inseguire Gallopin, potrebbe aver trovato riconoscenza. Tradotto: alleanza. La Lotto ha per leader il belga Jurgen Van den Broek, quarto al Tour del 2012. E un signor velocista come André Greipel, che ha già vinto una tappa. Ma ha già perso due elementi. Un piccolo segnale d’allarme, per Nibali, è scattato sabato, nelle due ultime brevi ma impegnative salite, soprattutto nell’ultima che ha portato al traguardo di Gérardmer-La Mauselaine: Contador poteva disporre di tre compagni del calibro di Michael Rogers, vincitore al Giro nella tappa totem dello Zoncolan; di Rafal Majka; di Stephen Roche.

Al fianco di Vincenzo si è visto, ma per pochissimo, Michele Scarponi. Poi, Nibali è rimasto solo. Ha respinto gli attacchi a mitraglia di uno scatenato Alberto Contador, cedendo nel finale di piccoli ma significativi tre secondi. Ha dato la colpa ad un cambio sbagliato. Ma l’ha tradito l’espressione del volto. Preoccupata. Oggi, in una tappa “da fuga” – tante salite fin dalla partenza – non ha potuto, più che voluto, ridurre il vantaggio di chi stava davanti: i 7 minuti e 47 secondi di un formidabile Tony Martin (campione mondiale a cronometro), in testa alla corsa con l’italiano Alessandro De Marchi, poi tutto solo sino al traguardo di Mulhouse, siglando la quinta vittoria tedesca su nove tappe.

Ma nemmeno i quasi cinque minuti di Gallopin e altri diciotto corridori, fra i quali gente di buona classifica come il portoghese Tiago Machado, risalito dalla ventesima posizione alla terza; come i francesi Pierre Rolland – gran protagonista dell’ultimo Giro d’Italia – e Cyril Gauthier, che militano nella stessa formazione, la Europcar; c’era persino Fabian Cancellara. Rolland ora è ottavo e in salita è uno che sa fare la differenza. Questi diciannove più Martin andavano davvero molto forte. L’Astana ha pilotato il gruppo esibendo tutti i suoi uomini in cima al plotone, pedinati come ombre dagli uomini di Contador e dalla Sky di Richie Porte, l’australiano che deve dimostrare di meritarsi la difficile eredità di Christopher Froome, il suo capitano.

Una scelta pragmatica, quella di cedere la maglia gialla? O un sintomo di stanchezza degli uomini di Nibali? L’uno e probabilmente l’altro. Lo capiremo subito. Già nella tappa di lunedì 14 luglio, 161,5 chilometri che dispiegano dopo appena un abbrivio pianeggiante di venti chilometri un concentrato inedito di fatica e di bagarre, fuochi d’artificio insomma: quattro colli di prima categoria, due di seconda, uno di terza. Il primo colle (Firstplan, seconda categoria, 8,3 chilometri con pendenza media del 5,4 per cento), farà già selezione. Poi segue il Petit Ballon, e la miscela diventa più letale: 9,3 chilometri di arrampicata all‘8,1 per cento medio. Discesa e subito un’altra prima categoria, più breve (“solamente” 7,4 chilometri di lunghezza) ma più aspro (8,4 per cento la pendenza media). E non siamo che a metà del percorso.

Tralasciando i più agevoli Col d’Oderen (seconda categoria) e Col des Croix (terza categoria), eccoci agli ultimi trenta chilometri di passione e fatica. Il Col des Chevrères regala tre chilometri e mezzo di strappi sino al 14,9 per cento (la media è 9,5%). Nove chilometri di picchiata e la resa dei conti: l’ormai famosa salita della Planche des Belles Filles dove nel 2012 Chris Froome riportò la sua prima vittoria di tappa ad un Tour. Sono 5,9 chilometri che cominciano a Planchelles-Les Mines (m.532) e che culminano a quota 1035, pendenza media dell‘8,5 per cento e una rampa finale del 20 per cento. Vedremo lo stato delle cose: Nibali, Contador, Roche, Rolland. Partita a quattro. Chi resterà impiccato? Non so se su quella linea d’arrivo potremmo conoscere il nome del vincitore finale a Parigi. Di certo, sapremo i nomi di chi questo Tour l’avrà perso.