Non bastano le aperture a parole, adesso vogliono un documento scritto. C’è un nuovo ostacolo al secondo round sulle riforme tra M5S e Pd: il Partito democratico chiede che le risposte alle 10 proposte di dialogo siano presentate in modo formale. Se si vedranno o meno ancora non è sicuro (l’appuntamento è per lunedì 7 alle 15), ma i democratici vogliono di più. “Siamo pronti a vederci, se prima rispondete il dialogo sarà più utile”, aveva chiuso Matteo Renzi nella lettera di qualche giorno fa. Ma ora, dopo gli 8 sì di Luigi Di Maio, in un’intervista al Corriere della Sera, e i 2 no (“su immunità e Senato dei nominati”), i democratici dicono che non basta. “Va bene Di Maio”, dice in una nota Davide Faraone della Segreteria democratica nazionale, “ma i 5 Stelle decidano se interloquire con la maggioranza o con Chiti. Siamo disponibilissimi, ma aspettiamo ancora risposta scritta e puntuale. Altrimenti inutile perdere tempo”. Insomma in casa Pd la definiscono un’apertura “apprezzabile”, ma vogliono garanzie, “altrimenti c’è il concreto rischio che l’incontro non serva a nulla“. Anche l’eurodeputata Simona Bonafè si inserisce nel coro: “Quali sono gli 8 punti su 10?”, scrive su Twitter, “Bisogna fare chiarezza prima di risedersi intorno a un tavolo”.

Incontro in forse fino al post pubblicato questa mattina su facebook da Luigi Di Maio: “Oggi io, Danilo Toninelli, Paola Carinelli e Maurizio Buccarella incontreremo il Pd per l’incontro decisivo sulla Legge Elettorale. Ore 15:00 Sala del Cavaliere Camera dei Deputati”. Nessun riferimento all’impegno scritto, ma sostanzialmente la conferma del faccia a faccia.

Il secondo colloquio con l’M5S era sembrato restare in bilico tra i malumori interni del Partito democratico e la fretta del presidente del Consiglio di chiudere con la partita delle riforme il prima possibile. Senza dimenticare il patto del Nazareno con Silvio Berlusconi che il premier ha rinfrescato qualche giorno fa: restano i senatori critici di Forza Italia che minacciano di tirarsi indietro, ma l’ex Cavaliere non mostra cedimenti. Renzi intanto, annullata l’assemblea Pd a Montecitorio di lunedì 7 in mattinata, ha deciso che vedrà deputati e senatori insieme alle 21 e sfiderà i dissidenti che non vogliono votare a favore del nuovo Senato. Nel mezzo, alle 15, resta l’appuntamento con i grillini che ancora nessuno ha annullato ufficialmente. “Di Maio”, dice il deputato Pd Dario Ginefra, “dimostri che la sua apertura è sincera e che è, soprattutto, a nome di tutto il Movimento. Auspichiamo, sin dall’inizio della legislatura, un confronto vero e genuino con il movimento di Grillo che però, in troppe occasioni, si è reso protagonista di sleali e brusche inversioni di marcia. Anche oggi, per certi versi, le parole di Di Maio appaiono come un pasticcino avvelenato“. I democratici prendono tempo e chiedono garanzie e fogli scritti. “Il M5S la smetta di menar il can per l’aia”,dice in una nota Stefano Pedica, “e dica chiaro e tondo se intende collaborare con il Pd sulle riforme oppure no. Non c’è più tempo da perdere. Se i grillini, con la scusa di dover interpellare le solite 15 o 20 persone in rete, cercano di portare la discussione alle calende greche allora è meglio che non si presentino all’appuntamento di domani. Il Paese ha bisogno di riforme – sottolinea Pedica – e, grazie a Renzi, ha ripreso a correre. Perdere velocità per colpa di qualche perditempo, per di più grillino, sarebbe un peccato”.

Il tempo è poco: il 9 luglio (massimo il 10) il testo per la modifica del Senato dovrebbe arrivare in Aula e il premier sogna di tornare a Bruxelles fra dieci giorni con l’obiettivo in tasca. Ma nella corsa contro il tempo, la trattativa con i 5 stelle rischia di complicare la storia. Di Maio l’ha detto nelle scorse ore: “Noi siamo disponibili ad aprirci su otto punti (dal ballottaggio alla stabilità). Porteremo una svolta al nostro disegno di legge che non potranno rifiutare”. Il primo round sulle riforme tra M5S e Pd e trasmesso in diretta streaming risale al 25 giugno. Ci fu un dialogo di quasi un’ora, seduti ad un tavolo che fino a qualche giorno prima sarebbe stato impensabile, e fu lo stesso Di Maio a chiedere un secondo colloquio. “Io vi lascio con 5 punti su cui discutere”, disse il presidente del Consiglio, “rivediamoci ma con le idee chiare. Entro fine giugno i nostri cinque punti saranno online. Attenderemo poi le vostre risposte”. Nella prima lista c’erano: stabilità, mai più larghe intese, collegi piccoli, giudizio preventivo della Corte costituzionale sulla legge elettorale, e infine il dialogo sulle riforme costituzionali. Dopo qualche giorno i punti diventarono dieci in una lettera a firma Matteo Renzi indirizzata direttamente ai 5 stelle: “Modifica del titolo V; abbassamento dell’indennità del consigliere regionale a quella del sindaco del comune capoluogo ed eliminazione di ogni forma di rimborso ai gruppi consiliari delle Regioni; abolizione del Cnel; superamento del bicameralismo perfetto «impostando il Senato come assemblea che non si esprime sulla fiducia e non vota il bilancio»; il Senato come semplice espressione delle autonomie territoriali; riflessione sull’immunità che non diventi sinonimo di impunità”. E’ questo il canovaccio su cui dovrebbe riaprirsi la partita, anche se l’idea di ripartire da zero resta tra le meno probabili.

E mentre in casa Pd si continua a discutere, anche gli alleati di governo iniziano a alzare la posta. Ci pensa l’Ncd che – con Angelino Alfano – avverte: la riforma del voto così come è non va. Ad iniziare dalle soglie che devono essere cambiate: “Quella per il premio di maggioranza va alzata al 40%, le diverse soglie di sbarramento andrebbero armonizzate e razionalizzate”, dice il leader del Nuovo Centrodestra. “Ed è inaccettabile – aggiunge – che se in una coalizione la soglia la supera solo un partito il premio vada solo a quello benché guadagnato con i voti di tutta la coalizione”. “Renzi – aggiunge poi Fabrizio Cicchitto – non può forzare su materie come la legge elettorale, che non hanno conseguenze in materia di conti ma solo di quadro politico”. Ma anche l’Udc mostra la propria insofferenza: “L’Italicum così com’è non soddisfa”, dice Antonio De Poli facendo convinto il senatore di Forza Italia Maurizio Gasparri, che “è cominciato il festival del panico dei partitini che vorrebbero soglie più basse”.