“La situazione degli operai dell’Ilva, schiacciati tra tumore e e disoccupazione, è solo la vicenda più emblematica della condizione dei lavoratori di Taranto, ma non è l’unica. Quello che accade nei call center del capoluogo ionico non è da meno. Anzi”. Andrea Lumino, sindacalista della Slc Cgil, da anni ha dato il via a “una vera e propria caccia” a queste piccole realtà che a Taranto spuntano ovunque. “Ne abbiamo trovato alcuni anche negli scantinati dei palazzi. Le condizioni di lavoro sono inimmaginabili. In tanti parlano, a proposito dei lavoratori dei call center, come i ‘braccianti del nuovo millennio’ e in effetti, la metafora rende l’idea dato che non si allontana molto dalla realtà”.

I casi scoperti in questi anni e denunciati dalla Cgil alla procura e all’ispettorato del lavoro sono tanti. “In un’azienda che lavora per un committente nazionale di telefonia su fibra ottica – racconta Lumino – i lavoratori vengono pagati 5 euro lordi all’ora solo se raggiungono l’obiettivo di produzione stabilito dall’azienda e cioè 1 contratto ogni 14 h: se l’obiettivo non viene raggiunto, la paga diventa di 2,5 euro lordi ogni ora”. Aziende diverse, storie simili. Come quella di un altro centro che lavora per una delle più grandi compagnie di telefonia fissa: qui ci sono collaboratori a progetto che non hanno nemmeno la copia del contratto e dipendenti che percepiscono regolare stipendio ma che, dopo l’accredito, sono costretti a restituire all’azienda oltre metà del compenso ricevuto. Per Lumino non ci sono dubbi: “E’ una sorta di tangente per mantenere il posto di lavoro”.

Altro call center, altri soprusi: in uno che opera per una grossa compagnia nazionale di telefonia mobile, la paga è di 300 euro lordi al mese: ovvero nel totale spregio dell’accordo nazionale del 1 agosto 2013, che stabilisce l’ equiparazione con il costo del lavoro previsto dal contratto nazionale. L’esempio più paradossale, però, è venuto a galla poche settimane fa: un’azienda a cui è stato assegnato il sovvenzionamento pubblico ha contattato dei disoccupati promettendo assunzione a tempo indeterminato ma senza lavorare. Tradotto: “Garantivano il pagamento dei contributi , ma nemmeno un centesimo in busta paga” spiega il sindacalista.

Alcune di queste storie sono finite in un’inchiesta di Piazza Pulita, altre invece sono ancora sommerse. Come la storia di tre ragazze che hanno scelto di raccontare a ilfattoquotidiano.it la loro esperienza. “Avevamo uno stipendio di 350 euro ogni 31 giorni effettivi di lavoro. Niente domeniche, niente riposi, ferie o malattie. Praticamente ci pagava più o meno ogni due mesi. Ci siamo fatte due conti, sai quanto guadagnavamo all’ora? Nemmeno tre euro”. Il posto in cui le tre ragazze hanno lavorato, forse, non può nemmeno essere definito un call center. “In un call center utilizzi un video terminale e hai una poltrona ergonomica, noi avevamo solo un telefono, le pagine bianche e le sedie economiche. Per fare la pausa di un quarto d’ora ogni due ore di lavoro, dovevamo iniziare a lavorare un quarto d’ora prima”. Hanno provato anche a spiegare che non potevano ricevere quella misera paga ogni due mesi, ma la risposta è stata disarmante: “Chi gestiva il call center mi disse che per raggiungere prima i 31 giorni di lavoro effettivo potevo lavorare 8 ore al giorno invece di 4. E io c’ho provato, ma alla fine della giornata mi sentivo fuori dal mondo. Morta. Sfinita”.

Nemmeno loro hanno la copia del contratto. “Ci hanno fatto firmare un foglio uno dei primi giorni di lavoro: stavamo al telefono e ci mettono ‘questa carta’ davanti facendoci segno di firmare. Abbiamo firmato, ma non abbiamo mai niente. Non sappiamo nemmeno che cosa c’era scritto”. Lumino non si sorprende. “Ovvio che tutto questo non sia legale, abbiamo inviato già una denuncia alla procura e all’ispettorato del lavoro, ma come vi dicevo la città di Taranto è piena di queste realtà con dipendenti schiavizzati costretti a lavorare per 2 euro all’ora con pause ridotte, ricatti e violenze morali. Non è un lavoro, è schiavitù“.