Sono i padroni della fantasia, uomini destinati a inventare un finale diverso. A ogni latitudine sono considerati i più bravi, i predestinati. Sono quelli della “giocata”, dai campi di periferia al Maracanà. Carte d’identità diverse ma un solo numero. Dieci. Nella storia del calcio indossare quella maglia è sempre stato sinonimo di responsabilità e magia. In Brasile stanno dando forma al tabellone, incidendo come non avveniva da tempo e regalando gol che diventeranno poster.

Prendete la perla di James Rodriguez contro l’Uruguay, un gesto tecnico che sublima il concetto di “10”. Dal momento in cui la palla gli arriva sul petto a quando gonfia la rete, “Hames” ne raccoglie l’essenza: tecnica, controllo, capacità di sentire la porta, tiro, sicurezza e – soprattutto – il genio di provare un colpo imprevedibile. Stupire il mondo, ecco la missione. Neymar la sta interpretando a modo suo, mostrando anche il lato umano di ragazzi che crediamo d’acciaio ma rispondono alle emozioni. O’ Ney piange, spesso, però poi si prende la responsabilità del rigore più pesante negli ottavi contro il Cile: “vida o muerte” è un destino che sono i dieci a decidere.

Il bambino (O’ Ney, appunto) e la Pulce è lo scontro tra dieci che tutti vorrebbero. Brasile contro Argentina, con i due compagni del Barcellona a rendere storica la finale. Se la Seleccion è ai quarti lo deve proprio a Messi, uomo-assist contro la Svizzera. Era arrivato al Mondiale tra mille dubbi e ombre. Ma questa volta la sua dieci, eredità pesante, ha risvegliato il campione. Due dei quattro gol di Leo sono da 10 – inteso come voto e come numero di maglia – e hanno cancellato le precedenti e spente avventure con l’Albiceleste. Del resto Lionel è l’uomo che più di tutti si è avvicinato al dieci per antonomasia, Diego Armando Maradona. Gli manca solo la Coppa del Mondo, quella che El Pibe de Oro vinse nel 1986.

Nella spedizione brasiliana quella maglia sta diventando un mantello da supereroe in un’Argentina fin troppo umana. Ci sarebbe anche Benzema, altre quattro reti e stesso segno sulle spalle. Formalmente sarebbe un 9 – centravanti di tecnica e potenza – ma gli è stata prestata la 10 della Francia, che fu di grandi interpreti come Michel Platini e Zinedine Zidane. Fa lievitare tuttavia il conto totale di una classifica cannonieri che parla chiaro: quattro dei primi cinque marcatori indossano il numero magico. Sedici gol ai quali si potrebbe aggiungere la sassata di Wesley Sneijder che ha permesso all’Olanda di rimanere in corsa per un posto nella notte del Maracanà.

In mezzo alla banda del dieci, il “disturbatore” è interpretato da Thomas Muller, quattro gol da falso nueve in una Germania che un vero genio non ce l’ha e alla fantasia preferisce la teutonica disciplina tattica. Anche quando i tedeschi ne hanno avuto uno non era un fantasista con le caratteristiche più intime del termine: Lothar Matthaus, l’eroe di Italia ’90 con 4 reti, giocava più arretrato. In principio fu Schiaffino, leader dell’Uruguay che diede vita al Maracanazo. Poi venne Pelè, e il calcio scelse il suo re. Maradona è l’altra dieci per eccellenza, rivale di O’Rey perché sul rettangolo verde non sono ammesse due corone.

Protagonista in positivo fino a un passo dal traguardo fu Roberto Baggio a Usa ’94 e, quattro anni dopo, toccò a Zidane guidare la Francia verso la Coppa del Mondo con la maglia più pesante sulle spalle. Tecnica e fantasia, tocco di velluto e leadership, la dieci – sogno di chiunque calci un pallone – è destinata a cambiare partite e albi d’oro. “Il Numero” scrive i mondiali e rende immortali.

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