Cinque minuti da incubo. E’ quanto basta al Messico per salutare il Mondiale quando sembrava ormai avviato in carrozza verso i quarti di finale. E invece l’Olanda ha il veleno nella coda. Sneijder punge immobilizzando Ochoa, destinato a diventare eroe di giornata, e la serpentina di Robben è fermata fallosamente da Marquez, anche lui monumentale per l’intera gara: rigore e morso letale di Jan Klaas Huntelaar. Tutto tra l’87esimo e il quarto minuto di recupero. Finisce così l’avventura di un Messico guerriero che aveva domato l’Olanda in lungo e in largo, facendo ballare i teneri difensori oranje e riuscendo ad anestetizzare la fantasia del trio offensivo per (quasi) tutto il match.

Nel mezzo, a centrocampo, c’è quella che senza l’uno-due nel finale sarebbe stata la chiave della qualificazione per El Tricolor: grande mole di gioco (e qualità) di Guardado e Herrera, favoriti anche dall’infortunio di De Jong dopo appena 9 minuti, e perenne corsa di Layun e Aguilar sugli esterni. Così l’Olanda si è ritrovata spaccata fin dall’alba del match, soffrendo gli arrembaggi dei messicani. Quattro tiri in porta a zero dopo mezz’ora e prima limpida occasione per gli uomini di Van Gaal quando si è già al tramonto del primo tempo, che passerà alla storia perché per la prima volta viene utilizzato il time out anti-afa.

Non è la solita Olanda. Prendi l’assenza del frangiflutti De Jong, aggiungici la scelta di Van Gaal di tenere fuori Depay e lo sterile palleggio di Sneijder: così i tulipani appassiscono al sole cocente di Fortaleza. Mentre il Messico, prova e riprova, alla fine passa. Senza il bum-bum negli ultimi 6 minuti il Mondiale avrebbe avuto l’identikit del killer: mancino, under 25, numero 10 sulle spalle, gran controllo di palla tra difensori e tiro mortifero dalla distanza. Risponde a questi parametri tecnici e anagrafici Giovani Dos Santos che accende i sogni messicani al 49’. E sono gli stessi di James Rodriguez, che in maniera simile (ancora più spettacolare, a dire la verità) aveva aperto alla Colombia la strada verso i quarti. E invece no.

Perché l’Olanda è la squadra che nelle tre partite del girone ha segnato 8 gol su 10 nel secondo tempo. Bisogna stringere i denti. O avere Ochoa tra i pali. Il portiere già protagonista di una prestazione extralusso contro il Brasile compie un miracolo sul neoentrato Depay, anche grazie al palo. Poi è salvato da una deviazione su una sventola di Sneijder. Insomma, l’Olanda si sveglia sull’orlo del precipizio. Van Gaal cambia l’acqua al suo mazzo di tulipani, mette Kuyt a fare il quarto di difesa, chiede a Depay di mulinare le gambe alto a sinistra e rinfresca le idee a Sneijder. E gli Oranje si schiudono in tutta loro bellezza. Che passa, ovviamente, per i piedi di Robben. Il fenomeno del Bayern al 73’ trova ancora il muro Ochoa a negargli il pareggio dopo una fuga sulla sinistra. Ma è questione di tempo. Il Messico si sgretola, lascia troppo spazio tra le linee e abbassa il baricentro facendo il gioco degli avversari per i quali gli spazi sono ossigeno che scatena fantasia. Sembra comunque fatta, ma a due minuti dalla fine il missile di Sneijder è la redenzione dopo una partita anonima. Poi l’ennesimo movimento da funambolo di Arjen e il rigore trasformato da Huntelaar, subentrato a Van Persie per cercare una torre centrale nell’ultimo quarto d’ora. Fortaleza sembrava un inferno. Ma quando hai due fuoriclasse come Robben e Sneijder bastano sei minuti per ritrovarti in paradiso. Buonanotte, Messico.

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