Un caso chiuso e dimenticato, un’inchiesta riaperta trent’anni dopo e un processo che ancora oggi non riesce a restituire un nome agli assassini di Sebastiano Bosio. La corte d’Assise di Palermo ha infatti assolto il boss di Cosa Nostra Nino Madonia dall’accusa di aver ucciso il medico palermitano il 6 novembre del 1981. Per il boss mafioso il procuratore aggiunto Vittorio Teresi aveva chiesto l’ergastolo: richiesta respinta dalla corte presieduta da Alfredo Montalto. “Sono sconcertata” ha commentato a caldo con le agenzie di stampa Rosalba Patanè, vedova del medico e testimone oculare dell’omicidio.

Un nome gridato per farlo voltare, quattro colpi di una calibro 38 a rompere il silenzio di un tramonto d’autunno e una fuga neanche troppo precipitosa: quella di Bosio fu un’esecuzione in piena regola, come tante altre avvenute a Palermo in quegli anni ’80 intrisi di sangue e violenza. Solo che Bosio non è un mafioso e non è neanche un magistrato: è un medico, fa il primario di chirurgia vascolare all’ospedale Civico e con certi personaggi che si muovono nei corridoi del nosocomio palermitano dimostra di non volere avere rapporti.

Bosio non era un medico a disposizione di Cosa nostra” ha raccontato il collaboratore di giustizia Francesco Onorato. “A me – ha spiegato il pentito durante la sua deposizione al processo – lo disse Salvatore Micalizzi, al bar Singapore. A ucciderlo fu Nino Madonia. Infatti Micalizzi mi disse: u dutture si futtio u dutture (il dottore ha ucciso il dottore). Perché Nino Madonia veniva chiamato il dottore per la sua cultura”. Durante il processo l’accusa ha chiesto il cambio d’imputazione per Madonia, che da esecutore materiale è stato indicato anche come mandante del delitto, dato che all’epoca era il reggente del clan mafioso di Resuttana. “Pensavo che il cambio del capo di imputazione cambiasse le cose a favore dell’accusa: non pensavo che Madonia venisse assolto” si è sfogata Silvia Bosio, figlia del medico palermitano.

L’assassinio di Bosio matura anche in una logica prettamente politica. Secondo Massimo Ciancimino, che l’avrebbe appreso dal padre Vito, “tutta la mafia della zona era interessata agli appalti sia per l’edilizia sia per la fornitura di macchinari e strumenti medici. Bosio si era opposto ad alcune segnalazioni dell’onorevole Salvo Lima per gli appalti”. Agli atti del processo anche la testimonianza dei familiari di un acceso diverbio telefonico tra Bosio e Beppe Lima, fratello del politico democristiano poi assassinato nel 1992, e all’epoca direttore sanitario dell’ospedale civico. “Non lo faccio neppure se scende Dio in terra e se continui ti denuncio” urlò il medico al telefono, davanti la moglie, spiegando poi di parlare proprio con Lima.

Il caso Bosio era stato riaperto nel 2011 dal pm Lia Sava, dopo una perizia del Ris dei Carabinieri: la calibro 38 utilizzata per ammazzare il medico, infatti, sarebbe stata utilizzata ancora sette mesi dopo, il 5 giugno del 1982, per ammazzare Francesco Chiazzese e Giuseppe Dominici, due meccanici della borgata di Passo di Rigano. Per quel duplice omicidio Madonia è stato condannato. Il caso Bosio, invece, rimane ancora oggi senza colpevoli. 

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