Può permettere di risolvere un delitto anche a distanza di anni. A pista fredda. Come per il giallo dell’Olgiata, vittima la contessa Alberica Filo della Torre, uccisa il 10 luglio 1991, il cui assassino, il domestico Manuel Winston, ha confessato 20 anni dopo. O, come dimostra la cronaca di questi giorni, per l’omicidio di Yara Gambirasio, la 13enne di Brembate di Sopra, il cui presunto assassino, Massimo Giuseppe Bossetti, è stato fermato a distanza di quasi quattro anni dai fatti. In questi gialli c’è un protagonista comune, il test del Dna, la tecnica che permette di accertare l’appartenenza a una persona di tracce anonime di tessuti o liquidi biologici. La cosiddetta prova regina, in grado di risolvere un giallo.

Ma è davvero così? Basta il solo Dna per dichiarare un sospetto colpevole e a farlo condannare? Come funziona questo esame e quanto è attendibile? Lo abbiamo chiesto ad alcuni scienziati, Andrea Ballabio, dell’Istituto Telethon di genetica e medicina (Tigem) di Napoli, Edoardo Boncinelli del San Raffaele di Milano e David Caramelli dell’Università di Firenze, che utilizzano quotidianamente le stesse metodiche, ma per studiare le nostre origini o scoprire i responsabili di una malattia anziché di un delitto ancora irrisolto.

IL DNA? “NON PROVA COLPEVOLEZZA, MA ASSOCIA INDIVIDUO AL CRIMINE”. “Il test del Dna ci dice tante cose – afferma Boncinelli -. Ci spiega se due profili genetici appartengono alla stessa persona, ma serve anche a individuare una parentela, com’è avvenuto per il presunto assassino di Yara, che si è scoperto non essere il figlio biologico dell’uomo di cui portava il cognome”. “Nel caso di un test di paternità padre/figlio – sottolinea Ballabio -, o quando sia necessario confermare o escludere la parentela biologica tra individui di sesso maschile, si fa ad esempio un’analisi del cromosoma Y, sempre trasmesso dal padre ai figli maschi. Se è necessario, invece, ricostruire rapporti parentali per linea materna, si analizza il Dna dei mitocondri, le centrali energetiche delle cellule, sempre trasmesso dalla madre a tutti i figli. Qualunque risultato del test del Dna, però – spiega il genetista napoletano – non costituisce prova, ma è un elemento, sia pure molto importante, da valutare nel contesto degli altri elementi”.

“Solo nei telefilm – aggiunge Boncinelli – una volta che si ha la prova del Dna, il caso è chiuso. Il test associa un sospettato alla scena di un crimine, o alla vittima, ma un bravo avvocato potrebbe in teoria trovare una spiegazione diversa dei fatti. Sarà interessante capire come Bossetti spiegherà la presenza del suo Dna sugli indumenti intimi di Yara. Secondo me, – sottolinea Boncinelli – potremmo essere di fronte a un altro caso Franzoni (la donna che sta scontando una condanna a 16 anni per l’omicidio del figlio Samuele, avvenuto a Cogne nel 2002, ammessa nei giorni scorsi alla detenzione domiciliare dopo sei anni di carcere, ndr) in cui l’individuo accusato di un crimine si autoconvince di non essere stato lui”. “Da scienziato – gli fa eco Caramelli – posso solo dire che il Dna di una certa persona è stato trovato sugli slip della ragazza, sono gli investigatori che devono poi ricostruire come è potuto finire lì. Certo – sostiene lo studioso fiorentino – è improbabile che la questione sia casuale”.

“STESSO PROFILO PER DUE INDIVIDUI? PROBABILITA’ QUASI ZERO”. Dopo tre anni d’indagini e 18mila campioni analizzati, il procuratore di Bergamo Francesco Dettori si è detto convinto dell’individuazione del responsabile dell’omicidio di Yara: “La nostra è una certezza processuale basata su prove scientifiche praticamente prive di errore. Allora, crediamo o non crediamo alla scienza?” È davvero così? In fondo la genetica ha dimostrato che, poiché l’Homo Sapiens discende dall’Africa, tra due individui qualsiasi esiste una differenza nel Dna inferiore all’1%. “Nella scienza – spiega Boncinelli – la parola impossibile non esiste. Ma la probabilità che due persone possano condividere lo stesso profilo genetico è prossima allo zero, come vincere più volte di seguito la lotteria. È vero che due abitanti qualsiasi del Pianeta condividono più del 99% del proprio Dna, ma – chiarisce il genetista del San Raffaele – in quell’1% scarso esistono tantissime differenze, pari a 4, dal numero di possibili lettere in cui è scritto il libro della vita, elevato a 1000. Il Dna è, infatti, un testo molto lungo, fatto di tantissime parole. Occorrerebbero 40 anni per leggerlo tutto a voce alta”.

Quindi, basta cercare le parole giuste. Ma quali sono queste parole e quante ne occorrono per identificare con certezza una persona? “Si tratta di brevi sequenze di Dna ripetute più volte, definite marcatori. Fino ad alcuni anni fa – spiega Boncinelli – ne bastavano 9 per identificare un sospetto, oggi si è saliti a 11-13. Nel caso del presunto assassino di Yara i marcatori sono ben 21”. “Quello che varia tra gli individui – aggiunge Ballabio – è il numero delle ripetizioni. Ognuno di questi marcatori è confrontato con tutti gli altri noti, e denominato secondo regole internazionali. Con 16 marcatori, ad esempio – chiarisce lo studioso di Telethon – la probabilità di trovare due individui identici è una su mille miliardi di miliardi, 1 seguito da 21 zeri”. “E nel caso di Yara – sottolinea Boncinelli – c’è anche un allele raro della madre biologica dell’accusato. Un tratto di Dna più lungo degli altri, la cui individuazione ha rappresentato un vero e proprio colpo di fortuna. Per cui non si può proprio sbagliare”.

“PROVE DEGRADATE? STUDIAMO ANCHE I NEANDERTHAL”. E se dovesse trascorrere molto tempo, il Dna non rischierebbe di degradarsi o contaminarsi? La traccia rinvenuta sui leggins e gli slip di Yara, ad esempio, ha resistito alle intemperie, poiché il corpo della 13enne è stato trovato tre mesi dopo la scomparsa, in un campo di Chignolo d’Isola. Come può preservarsi nel tempo e dare ugualmente risultati attendibili? “Qualora il Dna fosse degradato – chiarisce Ballabio – non darebbe segnale”. “Il test del Dna è attendibilissimo – afferma Caramelli -. Per quanto riguarda eventuali contaminazioni, è un fatto che può accadere, ma non con i marcatori genetici che sono stati utilizzati per ricostruire il profilo. Questi, infatti, se si escludono i gemelli monozigoti, sono unici per ciascun individuo. Eppoi – aggiunge lo studioso di Dna antico – ormai riusciamo ad analizzare il Dna dei Neanderthal e quindi in questo caso è sicuramente più semplice”.

“La molecola di Dna è tutt’altro che fragile – aggiunge Boncinelli -, perché si tratta di una doppia elica. Se non è soggetta a stress violenti, come elevate temperature, può mantenersi integra a lungo. Quanto alla riproducibilità dell’esame, è garantita da una tecnica, la cosiddetta reazione a catena della polimerasi (Pcr), che consente di amplificare esponenzialmente il Dna, duplicandolo numerose volte”. Come una fotocopiatrice molecolare che permette, a partire da piccoli campioni iniziali, di avere materiale a sufficienza per ripetere il test, anche in sede dibattimentale? “Proprio così – conferma il genetista lombardo -. Si tratta di una tecnica utilizzata quotidianamente nei laboratori in cui si lavora sul Dna, e la procedura è la stessa nelle analisi forensi”.

E I FALSI POSITIVI? “RISULTATI UGUALI IN 4 LABORATORI DIVERSI”. Ma in cosa consiste questa procedura, come si ottiene un profilo genetico? “Una volta isolato, il Dna, sia quello del sospetto che il campione estratto dalla scena di un crimine – spiega Boncinelli – è spezzettato attraverso delle forbici molecolari, dette enzimi di restrizione, che tagliano in punti specifici differenti da un individuo a un altro. I vari frammenti di Dna sono poi separati, sotto l’effetto di un campo elettrico, all’interno di una sostanza gelatinosa. Si dispongono, quindi, a diverse altezze nel gel, sottoforma di piccole bande che si colorano, se illuminate da raggi Uv. In questo modo, i due gel con i relativi profili genetici, possono essere confrontati. Se le bande sono in analoghe posizioni – sottolinea lo studioso del San Raffaele – allora si tratta del Dna dello stesso individuo. Se sono diverse per metà, siamo di fronte a un caso di parentela. Se, viceversa, differiscono del tutto, allora i profili genetici corrispondono a individui distinti”.

Ma non c’è il rischio di un falso positivo, dovuto ad esempio a un errore dell’operatore, o a una contaminazione esterna? “Il rischio c’è sempre – aggiunge Boncinelli – Come si dice, il diavolo ha le corna. Per questo nelle nostre ricerche quando dobbiamo fare un esperimento importante lo ripetiamo più volte. Per lo stesso motivo, le analisi sui campioni trovati sul corpo di Yara sono state ripetute separatamente da quattro diversi laboratori. E – conclude lo scienziato – hanno dato tutte un identico esito positivo”.