Era il 14 febbraio del 2010 quando un ragazzo di 25 anni, Sahid Belamel, morì congelato dopo ore di agonia. Un video di una telecamera di sicurezza di un’azienda lo riprese mentre gridava aiuto, mezzo nudo dopo i postumi di uno sballo in discoteca, con le mani aggrappate all’inferriata del cancello. Sullo sfondo un via vai di fanali nemmeno troppo curiosi di automobilisti che, pur notandolo in quelle condizioni, passano oltre. Nessuno si fermò per aiutarlo. Nessuno di loro chiamò soccorso.

Quella storia, rimbalzata in tutta Italia grazie a un ‘necrologio’ di un giornale locale, ha ispirato il nuovo film di Andres Arce Maldonado, regista colombiano trapiantato in Italia che si è già fatto apprezzare all’esordio nel 2011 con Falene. Il suo nuovo lavoro, Carta bianca (che uscirà giovedì 26 giugno con Distribuzione Indipendente) come il permesso di soggiorno e come la possibilità di iniziare una nuova vita, è sì dedicato a Sahid, ma non parla esplicitamente del 25enne marocchino sepolto dall’indifferenza di una città, ma di tre giovani, Kamal, Vania e Lucrezia, un pusher marocchino, una badante moldava e un’imprenditrice italiana. Le loro vite si intrecciano e si scontrano. Anche la città è diversa. Dalla nebbia di Ferrara si passa alle strade di Roma. Le storie di Kamal, Vania e Lucrezia (sulla scena interpretati da Mohamed Zouaoui, Tania Angelosanto e Patrizia Bernardini) non ricalcano nemmeno quella ferrarese.

Il giorno invece è lo stesso. Il 14 febbraio. San Valentino. L’ultimo di Sahid. “Anch’io sono un immigrato – ha spiegato il regista – e, prima ancora, un essere umano. Un essere umano come questo ragazzo che nessuno ha voluto aiutare mentre stava morendo per ipotermia sul ciglio di una strada, umano come gli automobilisti che gli sfrecciavano di fianco senza fermarsi”.

Per la cronaca gli automobilisti che sfrecciarono accanto al 25enne sono rimasti ignoti. In tribunale è ancora in corso un processo per omissione di soccorso che vede alla sbarra l’amico con cui il giovane marocchino trascorse la serata, un addetto alla sicurezza e uno al parcheggio della discoteca, il tassista che una volta arrivato davanti al locale si sarebbe rifiutato di portarlo a casa. Ma non sono le responsabilità quelle che cerca Maldonado. Le domande alla quali vuole rispondere sono altre. “Mi sono chiesto: come è possibile che accadano episodi così tragici e assieme grotteschi? Cosa avrei pensato pochi secondi prima di morire se fossi stato al posto di Sahid? E ancora: al posto degli automobilisti, mi sarei fermato ad aiutarlo oppure avrei tirato dritto? È anche per rispondere a queste domande che ho deciso di realizzare Carta Bianca. Un lungometraggio che, partendo dallo spunto di cronaca (quello di Sahid, ma anche di altri), raccontasse qualcosa sull’Italia di oggi e più in generale sul rapporto tra noi e gli altri, suggerendo riflessioni sulla natura umana”.