“Non la sento bene per niente, ma da quale antro comunica? Sta parlando dall’oltretomba? Confessi, sono già morto e non me lo dice per delicatezza?”. Per rimanere in tema e ovviare alla sinistra, decennale mania di darlo per defunto un giorno sì e l’altro anche, Paolo Villaggio affronta l’argomento lavorando di fantasia. Al momento della dipartita, già più volte messo in scena, l’attore che al tramonto di dicembre compirà 84 anni pensa spesso. “Vorrei scegliere io il quando e il come, ma vedo che non ci si può adeguatamente difendere dai maleducati da tastiera e Internet rimane un postaccio. Quindi mi metto l’anima in pace e mi godo il mio funerale”.

Lo immagina già?
Purtroppo sono morto nel modo più stupido. Camminavo per strada e un vaso mi ha colpito in pieno. E il dato tragico è che neanche una settimana fa avevo evitato lo stesso vaso per puro miracolo. Quindi mi ero premunito. Elmetto tedesco d’ordinanza e petto in fuori. Purtroppo neanche i tedeschi sono più quelli di una volta e l’elmetto si è rotto nell’istante meno appropriato.

Che disdetta.
Doppia. Morire così, senza fortuna, santi in paradiso e con qualcosa di orribilmente tedesco sulla testa. Io sono antinazista, sa? A certi particolari tengo. Avrei desiderato almeno un funerale come si deve e invece, niente.

Non l’hanno celebrata a dovere ?
Mi avevano promesso il Campidoglio. Avrei voluto gli stessi onori di Gassman e Sordi. Non me l’hanno concesso. Allora ho ripiegato sulla Chiesa degli Artisti. Quella di Roma, in Piazza del Popolo. Ma anche lì, passaggio a livello abbassato.

Neanche la Chiesa degli artisti?
Era occupata dall’orazione funebre dedicata a un funambolo turco di religione musulmana. Per entrare in chiesa si è finto cristiano in punto di morte e mi è passato avanti in men che non si dica.

Quindi dove si è svolto il funerale?
In una chiesetta di retroguardia, in periferia. Ma non c’era nessuno. Tutti a vedere la partita dell’Italia. Gliel’ho detto. Non sono stato fortunato. Mi hanno bidonato anche quelli che mi avevano assicurato la loro presenza. Non mento. Avevo la lista depositata dal notaio. Poi chi per il traffico, chi per la partita, chi per la moglie e chi per l’amante, si son dati tutti alla fuga. Una delusione. Un dolore. E una vergogna, anche. Ma io ho visto tutto e quando ci incontreremo nuovamente saprò a chi rinfacciare l’assenza.

Ci dica a che indirizzo rispondono gli ingrati. La storia sarà testimone.
A quello di Benigni, Rutelli e Veltroni. Me l’avevano promesso, Rutelli e Benigni hanno usato una scusa plausibile, Veltroni è proprio scomparso. Forse Walter se l’è presa perché non ho visto il suo film su Berlinguer. Ha saputo? Non parla d’altro. Però il pallone è il pallone e l’Italia è l’Italia. Quasi quasi li perdono. Ai miei tempi per sapere il risultato spaccavo i vetri e mi infilavo in casa degli sconosciuti: “Scusi, chi ha fatto palo?”.

Ricordiamo bene.
Peccato non poter assistere ai Mondiali fino in fondo e peccato, mi creda, non aver avuto un funerale all’altezza. Senza false modestie, me lo meritavo. Per noi ultraottantenni l’atmosfera funeraria è meglio del Gerovital. Ai funerali ci abbracciamo, ci guardiamo, lasciamo andare via gli amici cari e in silenzio, senza dar troppo nell’occhio, ci chiediamo con rito apotropaico a chi toccherà la volta successiva.

Volevano proprio toccasse a lei.
È ancora presto, ma prima o poi accadrà. Solo non capisco tutta questa fretta. Non son mica tanto umani, questi umani, a guardarli da vicino.

Da Il Fatto Quotidiano di sabato 21 giugno 2014