I femminicidi arrivano a pioggia, uno dietro l’altro, e i media capiscono l’andazzo e rintracciano altro sangue e altre ferite da mettere in prima pagina. Fa audience. 

La pioggia di femminicidi porta con sé, purtroppo, l’isteria collettiva, la psicosi, la logica dell’emergenza, la galvanizzazione della massa a cura di talune che approfittano per gettare fango su tutto un genere, quello maschile, e raccontare ricette improbabili che dovrebbero risolvere storie terribili.

La pioggia porta con sé anche la speculazione, a volte, perché le vittime costituiscono un business, un brand, per chi ne fa un tema attraverso il quale beccare un po’ di popolarità, pornomostruosità per pornoindignazione, e diventano anche il mezzo attraverso il quale toccare molle emotive di tutta quella gente che sarà guidata al linciaggio in direzione di quella o la tal’altra etnia, un pogrom nel campo rom, una ronda contro gli stranieri, qualche rigo per dire agli uomini che sarebbero tutti infantili, egoisti, delle merde.

Mettiamola così: c’è la cultura del possesso, quella di chi ritiene di poter disporre della vita dei familiari di cui liberarsi quando diventano un peso. Tanto è roba mia, ne faccio quel che voglio. Poi vado a guardare la partita, simulo un furto, la zona è isolata, potrebbe essere stato un immigrato di passaggio, questa fu la balla raccontata dal femminicida di Perugia, da quello di Bologna e da chissà quanti altri, magari immagino di diventare protagonista di una fiction, un po’ come fece anche l’assassina di Sarah Scazzi, arriveranno le televisioni, è un caso nazionale dopotutto, allora io sarò il vedovo affranto, forse quella collega che non mi caga affatto domani si accorgerà di me, e via delirando si finisce per raccontare che il divorzio non era sufficiente perché con il divorzio comunque resta il carico dei figli.

Le riflessioni che leggo in giro secondo me sono a volte altrettanto deliranti: c’è chi dice che il male resta nell’uomo. Dunque è genetico? E la soluzione preventiva quale sarebbe? Sterminare i maschi alla nascita? Sottoporre tutti ad un lavaggio del cervello? Farli crescere con un gran senso di colpa e fare del ruolo della “donna/vittima” uno status che ci garantisce di poter fare, dire, decidere e immaginare qualunque cosa? 

Consiglio a tutte di leggere la Critica della Vittima di Daniele Giglioli, Edizioni Nottetempo, per capire quanto sia rischiosa, per tutte le donne, questa posizione, questo adagiarsi nel ruolo della vittima.

L’altra soluzione preventiva, sulla base delle ipotesi fatte, quale sarebbe? Se ti sposi, accetti per te la retorica del matrimonio, fai i figlioli e poi ne senti il carico, un reset non è sufficiente, e no, la colpa non è della donna che dopo una separazione si vede affidati i figli e la casa.

So che in questo momento ci sono altre che pur di dare addosso ai padri separati, quelli che non ammazzerebbero mai mogli e figli e che restano per anni e anni a districarsi tra procedimenti legali per tentare di trovare un accordo per vedere i figli, stanno sfruttando questa faccenda e soprattutto sfruttano i commenti di troll misogini, totalmente estremisti, che a loro volta usano la faccenda dei padri separati per giustificare i femminicidi. 

Bisognerebbe smetterla, tutti quanti, di fare diventare le vittime ora una scusa per fare prevalere una opinione ora per l’altra, perché alla fine, quel che io vedo, è che di queste vittime forse non importa quasi a nessuno. Sono buone per fare propaganda, per raccontarsi un po’ di balle, ma non vi siete mai dette che dato che continuano a morire forse i vostri ragionamenti sono totalmente o almeno in parte sbagliati?

Per esempio: a un anno dalla legge sul femminicidio in Italia non è cambiato niente. Il piano di prevenzione è ancora lì che attende. Abbiamo solo gli annunci di ministri che su quella legge hanno fatto cassa e consenso elettorale, sulla pelle delle donne, e nel frattempo a chi diceva che era una legge inutile, rispondente solo a una logica emergenziale, repressiva e paternalista che nulla avrebbe risolto, non è stato dato assolutamente ascolto. Perché in Italia le vittime di violenza sono usate, elevate al rango di status sociale, perché attraverso esse si ricava legittimità, consenso, talvolta perfino fama o denaro, ma delle vittime, poi, in realtà, a chi interessa?

E ancora c’è da ricordare il modo in cui stanno parlando della donna, la madre dei suoi figli, ché se non aveva generato un figlio non c’era neppure da considerarla, come da deriva catto/fascista che ha preso la trattazione del tema della violenza sulle donne, si parla di vittime solo in quanto risorse riproduttive e di cura. Non si parla di altre categorie di vittime. La “vittima” è tale per il ruolo di genere che le viene imposto e sennò chissenefrega.

Che trappolone la faccenda del “femminicidio” che ci ha costrette ad essere considerate vittime solo in quanto “femmine”. Che trappola dover ruotare attorno al tema dovendo destreggiarsi tra mille visioni morali e ideologie, intenzioni e obiettivi politici, quelli più recenti parecchio giustizialisti, perché alla fine, poi, quel che sparisce è il buon senso. E basterebbe anche solo quello, forse, per evitare un’altra morte. Un po’ di buon senso.