Tranquilli, alla fine del film Michael Fassbender si vede. Spoiler pro botteghini a parte, Frank è la più efficace summa delle capacità menzognere del mezzo cinema da quando Orson Walles girò F for Fake. Il film diretto dal regista irlandese Lenny Abrahamson (Garage), in questi giorni in anteprima italiana nelle sale del Biografilm Festival 2014 a Bologna, ha come protagonista proprio Frank/Fassbender, leader di una band indie pop molto sperimentale che si aggira, anzi si nasconde, tra sale prova, club, camere d’albergo e camioncini per la tournée modello Almost Famous.

La faccia di Frank, però, è coperta da una grossa maschera inespressiva – è lui a suggerire le espressioni del suo viso con la voce – che oscura il volto di Fassbender e spersonalizza il personaggio. Un mascherone in fibra di vetro che Frank non si toglie mai, nemmeno quando mangia – preferisce cibo liquido-, quando dorme o si fa una doccia. Nulla di strano però, perché Frank non è un film demenziale o grottesco, bensì una sorta di tragicommedia esistenziale sulla caducità della creazione artistica e del talento musicale. Felpine e t-shirt dal look un po’ hypster, sonorità che spizzicano arie da theremin e sfregamenti di carta stagnola, Frank e i suoi The Soronprfbs si ritirano in una casetta dei boschi irlandesi per registrare il nuovo album, ma prima fanno entrare nel gruppo Jon (quel Domnhall Gleeson in questi giorni al lavoro sul set di Star Wars), tastierista ragazzotto pel di carota: dapprima titubante, Jon lascerà poi il lavoro e affronterà i suoi imbarazzanti limiti compositivi, fino a diventare l’effimero manager della band nel disastroso concerto che compiranno al South by Southwest in Texas. 

“Non volevo seguire il classico cliché da film sulla rock band che dopo una faticosa avventura raggiunge la gloria con un live finale”, spiega Abrahamson presente a Bologna, “Frank è un film su chi non esiste nel mainstream, su degli outsider”. Così superata la sorpresa per la star che recita ma non mostra il viso, l’impianto drammaturgico di Frank viene orientato sull’intera comitiva di folli musicisti, necessariamente con ricoveri psichiatrici o un’infanzia difficile alle spalle: il manager impazzito, la taciturna batterista, il bassista francese, la cinica collaboratrice musicale Maggie Gyllenhaal al suo meglio nei ruoli ruvidi e comicamente torbidi. “Volevo celebrare la creatività in modo trasversale, oltre ogni limite – continua Abrahamson – ho cercato quindi di avvicinarmi a esperienze reali di musicisti come Daniel Jonhston, Captain Beefheart, The Residents”.

Ultimo tassello narrativo/musicale l’ispirazione alla carriera di Frank Sidebottom, all’anagrafe il comico inglese Chris Sievey che recitava sketch con la stessa maschera del film in testa, e del suo gruppo musicale il cui tastierista Jon Ronson è diventato sceneggiatore del film in coppia con Peter Straughan (La Talpa). “La grande sfida per me è il compositore dei brani della band nel film”, conclude il regista irlandese, “è stata non scadere nel ridicolo. Un po’ di pezzi sono grigi e semplici pezzi melodici, altri più sperimentali e al limite”. In questa ‘credibilità’ del bordone sonoro, cioè fin dove lo spettatore coglie l’aspetto ‘artistico’, anche in base alle proprie competenze e gusto musicale, che “Frank” sta a galla. Altrimenti c’è sempre l’attesa per la ‘scopertura’ di Fassbender: semi lobotomizzato, intontito e catatonico come Jack Nicholson negli ultimi minuti di “Qualcuno volò sul nido del cuculo”, ritrova la sua band e canta un pezzo struggente e strappalacrime, o patetico e da sbellicarsi. Al pubblico l’ardua sentenza. Frank uscirà in Italia solo l’1 gennaio 2015.

Il trailer di Frank in lingua originale