Tutto è bene quel che finisce bene. Il Paese chiedeva un segnale contro la corruzione e il segnale è finalmente arrivato. Con 48 ore di anticipo rispetto alle norme anti-mazzette promesse dall’esecutivo, il potere legislativo si muove fulmineo. Una maggioranza trasversale, composta da Lega, Forza Italia e pezzi del Pd, vota alla Camera un provvedimento che, se diventerà legge, appare destinato a segnare una svolta nelle inchieste anti-tangenti: chi si riterrà danneggiato da un qualsiasi atto delle toghe potrà chiedere un risarcimento pecuniario direttamente ai giudici e ai pm e non più allo Stato. E lo potrà fare non solo per dolo o colpa grave, come accade adesso, ma pure per “manifesta violazione del diritto”.

Una norma del genere non esiste in nessuna parte d’Europa. Ovunque, tranne che in Spagna, dove la decisione e demandata a un apposito tribunale, la richiesta è indiretta. Ovunque il cittadino vittima di un errore giudiziario si rivolge allo Stato che, in alcuni paesi, ma non tutti, può poi rivalersi sui giudici. Il perché è semplice: chi mai indagherà sui potenti, sui politici, sugli industriali e le aziende che fatturano miliardi, sapendo di rischiare di dover perdere anni, soldi e salute, seguendo decine di cause intentate da uno stuolo di abilissimi e strapagati avvocati?

Ma tant’è. Mentre gli indagati del Mose di Venezia rivelano di aver distribuito un miliardo di soldi pubblici tra tangenti e consulenze di favore, i soliti noti, celati dietro il confortevole riparo del voto segreto, spiegano agli italiani che in Italia il problema non sono i ladri di partito, ma le guardie. E non, intendiamoci, quelle oggi accusate di aver infangato la propria divisa o il proprio onore, come gli alti papaveri della Guardia di Finanza o i magistrati delle Acque, arrestati in Laguna. Ma quelle che le hanno scoperte e hanno fatto scattare loro le manette ai polsi.

La situazione sarebbe comica, se non fosse tragica. La legge sulla responsabilità civile dei magistrati infatti potrebbe ora benissimo passare al Senato. La decisione dei 5 stelle di astenersi alla Camera per dimostrare plasticamente come il Pdl (partito dei ladri) faccia proseliti anche nel Pd e nel resto della maggioranza (un’ottantina di dem secondo il leghista Gianluca Pini avrebbero votato a favore dell’emendamento) non è priva di potenziali conseguenze. A Palazzo Madama il governo si regge su pochi voti e in caso di nuovo voto segreto anche il dichiarato no del M5S potrebbe non bastare per cassare la norma.

Allo stato comunque ci si può consolare con la fine della grande ipocrisia: nei partiti, pubblicamente compatti a dire no a corruzione e malaffare, omertà, devianze e complicità, sono quasi la regola. O almeno lo sono in pezzo importante di questo parlamento di nominati che, per ragioni di igiene pubblica e costituzionale (la Consulta ha sancito che le assemblee sono state elette sulla base di una legge illegittima), sarebbe bene sciogliere al più presto.

Del resto il risultato del voto segreto dimostra che in queste Camere, accanto ai molti ladri e ai tanti incapaci, pure i folli abbondano. L’idea che per evitare il discredito internazionale suscitato dall’imperante corruzione, o che per cancellare gli enormi sperperi pubblici legati a mazzette e gare truccate, sia utile intimidire i magistrati e spingerli a non indagare, ricorda tanto, troppo, quella dei malati pazzi. Degli infermi nel corpo e nella mente che per non fare i conti con la febbre, distruggono il termometro.

A gente così, di solito, non è consentito l’ingresso nemmeno nelle assemblee condominiali. A Roma invece scatta la nomina in quelle parlamentari. Dove, in segreto e a maggioranza, vota la rotta non della nave più pazza del mondo, ma di un Titanic ribattezzato Italia.