Non ho niente da nascondere, ma qualcuno pochi giorni fa potrà aver sentito la mia telefonata in cui mi sono dilungato a parlare di una raccomandata sparita.

Il tono concitato della conversazione e qualche parola ai confini del turpiloquio avrà subito fatto immaginare a chi intercettava (senza mandato, ma solo grazie a qualche agreement tra gestori e governi) che l’inspiegabile scomparsa avrebbe potuto portarci tutti in tribunale…

Chi ha subito ipotizzato il rapimento o la soppressione violenta di una persona raccomandata dal politico di turno, ha “toppato” clamorosamente. Se qualcun altro ha cominciato a pensare che fossi il capo di un nuovo movimento che non esclude atti di forza e di violenza per ripulire il Paese dalle peggiori manifestazioni di abuso, anche lui ha preso un granchio.

La telefonata in questione era con l’operatrice del call center di Poste Italiane e il clou dell’animata discussione era il mancato recapito di un plico raccomandato contenente tagliandi assicurativi speditimi inutilmente 15 giorni prima e svaniti in un fantomatico Cmp (Centro di Meccanizzazione Postale) ritenuto su Internet una sorta di Stargate verso il nulla assoluto.

Non è questa l’occasione per discutere dei disservizi di un Ente pubblico (su cui torneremo a discettare), ma la chance per affrontare lo spinoso tema del “Vodafone-gate”.

Abbiamo letto sui giornali che il colosso delle telecomunicazioni britannico, presente in tutto il mondo e considerato il numero 2 mondiale, ha “confessato” di aver aperto canali privilegiati ai governi, consentendo loro di acquisire metadati e contenuti delle comunicazioni.

Nel caso di oltre 600mila connazionali utenti di Vodafone e di chissà quanti loro interlocutori con diverso gestore (che hanno avuto la sventura di chiamare o essere chiamati), ci sarebbe stato un accesso ai “metadata” ovvero alle informazioni che riportano ai soggetti coinvolti in ciascuna conversazione, di cui si conosce durata e localizzazione geografica, e per i quali si può disegnare una particolareggiata mappa di relazioni e amicizie. Quasi 141mila persone, invece, se non ricordano la ricetta della nonna o non rammentano giorno e orario di un appuntamento preso telefonicamente, possono domandare al Governo di ripescare questo o quel dettaglio.

Governo. Già, Governo, perché questa è la dizione saltata fuori.

Vaghe reminiscenze di diritto costituzionale mi portano a rievocare che i limiti alla libertà e alla riservatezza delle comunicazioni possono essere violati soltanto dall’Autorità giudiziaria per ragioni e con modalità ben definite dal codice penale. Stiamo parlando di magistratura, non di governi o di Agenzie o Servizi Segreti. Ma forse mi sono perso qualcosa e quell’articolo 15 della Costituzione – come tante altre leggi di questa povera Italia – non vale più.

Infatti, a seguito del decreto Monti sulla “sicurezza informatica nazionale” del 24 gennaio 2013, le strutture di intelligence possono già accedere alle “banche dati di interesse” di operatori privati che «forniscono reti pubbliche di comunicazione».

Il “canale diretto” ai database delle compagnie telefoniche è un privilegio che tutti quelli come me – che hanno fatto o continuano a fare gli sbirri – hanno sognato per riuscire a scovare qualche cosa indispensabile per risolvere le indagini più intricate. Un sogno rimasto tale. Un sogno, anzi, rovinato da lunghe attese per ottenere dati che venivano chiesti con un provvedimento dell’Autorità giudiziaria: quante volte i famosi “tempi tecnici” non mi hanno aiutato…

Il vero problema emerso dalla vicenda Vodafone, scusate se insisto, è l’espressione “government”. “Che avrà voluto dire?” avrebbe chiesto sognante Simona Marchini nelle sue gag in un intramontabile show radiofonico.

La generica dizione “governo”, che non fa assolutamente rima con magistratura, non rassicura. Accedere agli archivi elettronici di un gestore telefonico potrebbe consentire di prendere visione delle caratteristiche delle utenze e magari di constatare se un certo numero è tenuto d’occhio da questa o quella Procura della Repubblica (alla faccia della riservatezza di certe indagini).

In un momento storico in cui personaggi non distanti dallo scenario governativo duellano per dimostrare – a suon di malefatte eclatanti – la loro bravura nel saccheggiare l’Italia, non sono felice nel sapere che qualcuno (che non sia legittimamente la magistratura) possa avere cognizione pur indiretta di inchieste in corso.

Un’ultima cosa. Qualcuno ha visto il Garante della privacy?

Quello che oggi si lamenta di venire scavalcato è lo stesso che l’11 Aprile scorso – ospite con me a “TG2 Punto di vista” – difendeva la sentenza della Corte di Giustizia europea che vietava la conservazione dei dati telefonici e telematici indispensabili ai fini di giustizia?

La rigidità verso le tutt’altro che velleitarie esigenze della magistratura e delle forze dell’ordine ci lascia sperare in una reazione draconiana anche sul fronte appena aperto?