Gli tolgono il vitalizio d’oro ma non a causa della condanna per favoreggiamento alla mafia. Nata come una vicenda paradossale, la storia della pensione di Totò Cuffaro si conclude in maniera altrettanto incongruente. L’ex governatore della Sicilia, condannato in via definitiva a sette anni di carcere per favoreggiamento a Cosa Nostra, ha maturato una pensione di circa seimila euro lordi al mese, dopo diciassette anni trascorsi da deputato.

Secondo la legge il vitalizio si può togliere soltanto ai deputati condannati per reati contro la pubblica amministrazione e non per chi si macchia di reati di stampo mafioso: ecco quindi che il vitalizio di Cuffaro era diventato un vero e proprio caso. Un casus belli che aveva aperto la guerra tra il Movimento Cinque Stelle e Giovanni Ardizzone, presidente dell’Assemblea Regionale Siciliana, rea di aver bocciato con 33 voti contrari l’emendamento dei pentastellati per tagliare la pensione d’oro dell’ex governatore.

Ardizzone, però, come racconta l’edizione palermitana di Repubblica, ha trovato l’escamotage per sospendere il vitalizio al suo ex collega di partito: secondo la legge, infatti, si può sospendere la pensione anche ai parlamentari che si sono macchiati di reati diversi rispetto a quelli contro la pubblica amministrazione. È il caso di Cuffaro, che oltre al favoreggiamento a Cosa Nostra, è stato riconosciuto colpevole anche di rivelazione di segreto d’ufficio: dal mese prossimo, l’ex governatore non riceverà più la pensione d’oro dall’Ars, mentre continua ad essere detenuto nel carcere romano di Rebibbia.

Il paradosso però rimane, dato che la legge vigente continua a non permettere di sospendere la pensione per gli ex parlamentari condannati per fatti di mafia. È il caso, di Marcello Dell’Utri, condannato in via definitiva a sette anni di carcere per concorso esterno a Cosa Nostra, ancora oggi agli arresti ospedalieri a Beirut, in attesa che le autorità libanesi lo riconsegnino alle forze dell’ordine italiane, dopo la concessione dell’estradizione. L’ex senatore e fondatore di Forza Italia, considerato l’uomo cerniera tra Berlusconi e la mafia, nei sedici anni trascorsi in Parlamento ha accumulato un vitalizio da quattromila e quattrocento euro al mese: cifra che continuerà a percepire anche dopo il rientro in Italia, dove verrà a scontare la pena.