Dire Assago è dire “Graziano Musella”. Il paese, cresciuto nel dopoguerra, sui terreni della famiglia Cabassi alle porte di Milano, e colui che ne è stato sindaco per cinque volte, si compenetrano profondamente. Al punto che, al telefono con ilfattoquotidiano.it, Musella dice di non provare alcuna remora a presentarsi per il sesto mandato: “Devo completare l’opera di riqualificazione del paese” spiega. Poi, assicura, non si ripresenterà più. Anche perché la legge non glielo permetterebbe. 

Ma il sindaco, che ha governato ininterrottamente dal 1985 al 2004 e poi ancora dal 2009 a oggi, prima come esponente del Psi e poi a capo di una lista civica che unisce Pdl e Lega nord, è scivolato su una buccia di banana: la Corte dei conti gli ha appena contestato “il mancato rispetto del patto di stabilità interno per l’esercizio 2011 … derivante dalla violazione di norme contabili e da atti e comportamenti elusivi del precetto normativo”. Non ci vanno giù leggeri i giudici della Sezione regionale di controllo per la Lombardia, che gli imputano non tanto e non solo il mancato rispetto in termini economici, quanto piuttosto la volontà di eludere i controlli con delle scritture a bilancio risultate ingannevoli.  

La vicenda inizia nell’ottobre del 2010, quando la giunta approva un bando per l’assegnazione di cappelle gentilizie. Un anno più tardi, con un tempismo che ai giudici è parso sospetto, la società “Tecno 80 Società di Costruzioni Generale srl” chiede l’aggiudicazione di tre cappelle gentilizie e contestualmente versa 514.800 euro come onere di concessione. È il 30 dicembre 2011. Il 9 gennaio 2012, a soli dieci giorni dalla richiesta, la stessa società chiede l’immediata restituzione della somma, pena la richiesta di interessi legali, a causa della situazione di crisi economica in cui versa. Nei giorni immediatamente precedenti era emersa l’impossibilità di concludere il contratto, dal momento che la Tecno 80 non era in grado di comunicare i nomi degli assegnatari delle cappelle (e il solo acquisto a scopo speculativo era “incompatibile con le regole di assegnazione”).  

Intanto, il versamento di oltre mezzo milione di euro, avvenuto a ridosso della chiusura contabile, permette al comune di chiudere il bilancio d’esercizio con un utile di 61 mila euro. Utile, che non sarebbe stato raggiunto, senza la scrittura di tale somma fra le entrate acquisite dal comune. Ma, sottolineano i giudici, il bando comunale prevedeva esplicitamente che il versamento avrebbe dovuto esser fatto non al momento della richiesta, come è avvenuto, ma solo “dopo aver proceduto alla verifica delle domande pervenute” e all’assegnazione delle cappelle. Per altro con un acconto del 50% entro 15 giorno dalla richiesta e il saldo in 4 mesi. 

Scrivono i giudici: “Risulta … non spiegabile in termini di razionalità economica, il comportamento della società richiedente che, … contestualmente alla presentazione della domanda, procede al pagamento per intero della tariffa di concessione”. Così come altrove fanno notare l’incongruenza di un soggetto economico che prima versa mezzo milione e 10 giorni più tardi si dichiara in crisi. Ad ogni modo, il 10 gennaio, per non incorrere negli interessi passavi, il comune di Assago determina il rimborso dell’intera somma. Una partita di giro, che induce il collegio giudicante presieduto da Nicola Mastropasqua a condannare il comune di Assago, al quale imputa anche “un’elevata percentuale di accertamenti non riscossi, relativamente alle entrate derivanti da recupero di evasione tributaria”. 

Minimizza il sindaco Musella, secondo il quale si è trattato solo di un errore contabile, che non può offuscare i risultati economici ottenuti dal suo comune (con un risultato d’amministrazione netto di 17 milioni) e si scaglia contro il patto di stabilità che costringe gli enti locali a farsi garanti per lo Stato.