Nella guerra del “caro traghetti” tra Sardegna e continente il Tar dà ragione agli armatori privati, ma la nuova giunta regionale non ci sta e – nonostante il cambio di bandiera dopo le elezioni dello scorso marzo – mantiene la posizione dei predecessori annunciando ricorsi. Che il prezzo per andare in nave dall’Italia alla Sardegna, negli ultimi anni, fosse aumentato vertiginosamente è un dato oggettivo, di cui molti si sono accorti senza bisogno di leggere giornali, consultare statistiche o analisi economiche: queste ultime, comunque, parlando di un incremento medio del 65% nel 2011 (rispetto all’anno precedente) per le tratte tra Genova, Livorno e Civitavecchia e la Sardegna. Colpa dell’aumento dei costi – in particolare quello del bunker, il carburante navale – come hanno sempre sostenuto gli armatori, oppure frutto di una strategia ben concordata tra le compagnie che avrebbero fatto cartello, accusa lanciata dall’ex presidente della Regione Sardegna Ugo Cappellacci (Pdl)?

Per stabilirlo si è innescata una vera e propria guerra fatta di esposti e carte bollate: l’Antitrust ha dato regione alla giunta sarda, il Tar del Lazio ha ribaltato tutto con una sentenza a favore degli armatori, e ora la nuova giunta sarda, guidata dal presidente di centrosinistra Francesco Pigliaru, ha minacciato di ricorrere al Consiglio di Stato. Tutto nasce, secondo le ricostruzioni giornalistiche del tempo, in seguito ad un esposto del Codacons, che – avendo ricevuto diverse segnalazioni su un improvviso e generalizzato aumento dei prezzi dei biglietti dei traghetti – si rivolge all’Antitrust, sostenuto dalla Regione Sardegna guidata da Cappellacci. L’autorità per la tutela della concorrenza affronta la questione e, dopo essersi presa il suo tempo (quasi 2 anni), nel giungo 2013 ritiene di aver ravvisato l’esistenza di un cartello e multa le compagnie marittime Moby, Snav e Grandi Navi Veloci (più la società Marinvest del gruppo dell’armatore Gianluigi Aponte) per un totale di 8,1 milioni di euro (5,4 per Moby, il resto suddiviso tra gli altri operatori).

Secondo l’Antitrust, infatti, ci sarebbe stato un aumento dei prezzi “parallelo” e non giustificato da fatti contingenti: ciò dimostrerebbe l’esistenza di un accordo tra le diverse compagnie, che invece di sfidarsi a colpi di sconti e ribassi avrebbero coordinato le rispettive politiche commerciali. Restava esclusa soltanto Corsica Ferries che, pur avendo applicato gli stessi incrementi, secondo l’Antitrust lo avrebbe fatto soltanto come “follower”, ovvero imitando i comportamenti dei suoi competitor senza tuttavia aver preso parte alla definizione della presunta strategia anti-concorrenziale. Grande soddisfazione della Regione Sardegna da un lato, che da sempre denunciava il “giogo armatoriale che soffoca l’isola” e che per spezzarlo aveva tentato di farsi essa stessa armatrice con la compagnia pubblica Saremar, esperienza fallimentare dal punto di vista economico e sanzionata dall’Antitrust europea, e immediato ricorso al Tar delle compagnie multate dall’altro.

Dopo aver analizzato le carte – anche in questo caso senza eccessiva fretta – i giudici amministrativi nelle scorse settimane hanno ritenuto di ribaltare le decisioni dell’Antitrust, annullando le multe comminate alle compagnie marittime. Secondo il Tar del Lazio, infatti, il fatto che si sia effettivamente verificato un incremento generalizzato e contemporaneo dei prezzi non basta a dimostrare che esso fosse conseguenza di un cartello anticoncorrenziale, della cui esistenza l’Antitrust non è riuscito a trovare neanche una prova

Una svolta importante, che però non mette fine alla guerra del “caro traghetti”: il nuovo assessore regionale ai trasporti Massimo Deiana, pur avendo adottato un stile meno barricadiero rispetto al suo predecessore, ha già annunciato dalla pagine de La Nuova Sardegna che intende ricorrere contro la sentenza. Ma Deiana ha ereditato un’altra “patata bollente” dalla giunta Cappellacci, ovvero la questione Saremar. Compagnia regionale nata e vissuta per garantire i collegamenti con le isole minori, Cappellacci decise di usarla come “arma” per rompere quello che definiva il “giogo armatoriale” e noleggiò due traghetti avviando collegamenti low-cost tra Sardegna e continente.

Un esperimento che inizialmente parve funzionare, visti i prezzi particolarmente abbordabili rispetto alla concorrenza, ma che proprio a causa della bassissime entrate si dimostrò economicamente insostenibile. Dopo solo 2 estati di attività, la Saremar continentale – denominata Flotta Sarda – ha accumulato perdite per 10 milioni di euro, mentre l’autorità sulla concorrenza di Bruxelles ha imposto la restituzione di 11 milioni di euro. Si tratta in questo caso di fondi ricevuti dall’azionista di maggioranza, ovvero la Regione Sardegna, che però è un ente pubblico e quindi non può fare concorrenza agli operatori privati utilizzando soldi dei contribuenti. Progetto naufragato quindi, tanto da spingere lo stesso assessore Deiana a dichiarare che, per Saremar, non c’è altra soluzione se non il concordato preventivo.