Commentatore, produttore di notizie, fact-checker: con l’avvento dei media digitali è comparsa sulla scena una nuova specie di lettore. Al festival internazionale del giornalismo di Perugia si è parlato anche di questo. In un panel dedicato interamente al ruolo dei commenti on-line, il giornalista della Deutshe Welle Jaafar Abdul Karim si è spinto nella palingenesi di un celebre postulato di Paul Watzlawick: “siamo passati dal ‘non si può non comunicare’ al non si può non interagire: ormai l’unico giornalismo che conosco è bidirezionale”. Sulla stessa frequenza anche Mathew Ingram, senior writer di Gigaom, web magazine di San Francisco. “Persino eliminare un commentatore inopportuno può essere uno sbaglio: perché anche quel punto di vista potrebbe rivelarsi importante. Una volta ricevemmo un commento antisemita, in pochi minuti reagirono ben cinque commentatori: se quel commento l’avessimo cancellato, sarebbe stato molto peggio. Va coltivata la comunità dei commentatori: la quale poi, autonomamente, si dà le sue regole”. Ingram difende anche l’anonimato del commentatore: “imponendo nome e cognome si rischia di rinunciare anche a commenti di grande qualità”. E mentre accanto ai social tradizionali nascono piattaforme di commentatori come Disqus, c’è pure chi trasforma i visitatori in veri e propri contributor a tutti gli effetti, con un blog personale perfettamente integrato nel medium. È il caso di Kinja del network Gawcker Media, fondato dal britannico Nick Denton, convinto sostenitore del fatto che i commenti possano divenire molto spesso ben più importanti dell’articolo.

Una logica di storytelling collettivo che negli ultimi anni ha pervaso tanti esperimenti di successo, come ad esempio Storyful. Un’enorme piattaforma di monitoraggio social il cui obiettivo, ha ricordato il suo fondatore Mark Little, consiste nel “fornire non tanto un articolo, quanto i social content che raccontino in successione, in più parti, una storia. Oggi tutti produciamo storie e il rischio è che si perda la parte giornalistica, professionale, quella dello storyteller che deve contattare ed ‘ingaggiare’ il pubblico. Il quale una volta era solo passivo e ora, invece, produce”.

Nel livellamento tra giornalista e pubblico ci sono poi aspetti che investono la deontologia stessa della professione. Se infatti il giornalista è il watchdog del potere, il lettore grazie al web 2.0 è diventato a sua volta watchdog dei media. E le redazioni si adeguano. Tra gli speaker maggiormente attesi a Perugia c’era anche Margaret Sullivan, public editor del New York Times, giornale che nella sua edizione online ha dato forte centralità ai commenti. Sullivan ricopre la scomoda funzione di ombudsman, difensore civico dei lettori, garante e mediatore del loro rapporto con la redazione. Figura che nelle testate italiane non è prevista. “Per fare un esempio, sono stata io a raccogliere le tante proteste dei lettori quando il New York Times ha deciso di chiudere il blog sull’ambiente” ha raccontato sabato scorso nel suo keynote speech. “Molti si chiedevano come avrebbe fatto il giornale a occuparsi di cambiamento climatico. Poi abbiamo raccolto il suggerimento e risolto. A volte la segnalazione è istantanea: mi mandano un tweet o un’email riguardo all’articolo in questione. È la tecnologia che ci porta ad essere reperibili e attivi tutto il giorno, e a questa rivoluzione i giornalisti hanno però l’obbligo di rispondere con i valori tradizionali della loro professione. Quindi primo, integrità: il nostro lavoro deve servire per dire la verità, bisogna essere chiari e onesti, anche su errori e conflitti di interesse. Secondo, la veridicità del contenuto. Non conta solo la velocità di pubblicazione: occorre ricorrere sempre a fonti verificate. Solo così manterremo la fiducia dei nostri lettori”. I quali poi verificheranno e commenteranno.