Lo scorso 7 maggio, il ministro dei beni e delle attività culturali Dario Franceschini è stato sentito dalla Commissione cultura della Camera dei Deputati in merito all’ormai arcinota vicenda dell’aggiornamento delle tariffe sulla cosiddetta copia privata ovvero l’importo che occorre pagare quando si acquistano supporti o dispositivi – come hard disk, pennette Usb, pc, tablet o smartphone – per indennizzare autori ed editori delle perdite che potrebbero subire qualora tali supporti e dispositivi siano utilizzati per effettuare una copia ulteriore rispetto a quella che si è legittimamente acquistata.

Il testo dell’audizione del ministro non sembra, allo stato, disponibile né sul sito della Commissione Cultura della Camera dei Deputati, né su quello del ministero.

La Siae, tuttavia, ha pubblicato sul proprio sito alcuni virgolettati delle parole del ministro che meritano di essere messi alla “prova dei fatti”.

Le affermazioni del ministro – o almeno quelle riportate dalla Siae, ammesso che riproducano fedelmente quanto detto – sono inesatte o, peggio ancora, non veritiere.

Franceschini: “L’equo compenso da copia privata è “una modalità di riscossione del diritto d’autore” che “non va pagata dai consumatori, bensì da coloro che fabbricano e importano questi prodotti”.

E’ un argomento caro alla Siae che lo usa nel vano tentativo di rasserenare i milioni di cittadini italiani che alla fine del prossimo anno potrebbero ritrovarsi a pagare oltre cento milioni di euro in più rispetto ai 70 pagati, ogni anno, sin qui, a titolo, appunto, di equo compenso da copia privata.

L’affermazione del ministro, tuttavia, esce sconfitta dalla prova del fact checking perché è vero l’esatto contrario.

In tutta Europa la regola è che l’equo compenso lo pagano proprio i consumatori.

Basta leggere un estratto dell’ultima relazione della Commissione giuridica del Parlamento europeo sulla materia per convincersene: “Considerato che il prelievo per copie private è pagato dai consumatori al momento dell’acquisto di supporti o servizi di registrazione o di stoccaggio e che, a questo titolo, i consumatori hanno diritto di conoscerne l’esistenza e l’importo…ritiene che i consumatori debbano essere informati dell’importo, delle finalità e dell’utilizzo dei prelievi che pagano…e…sollecita pertanto la Commissione e gli Stati membri, a garantire di concerto con i fabbricanti, gli importatori, i dettaglianti e le associazioni di consumatori che tali informazioni siano disponibili in maniera chiara ai consumatori”.

Ma non basta.

E’ tanto vero che l’equo compenso da copia privata debbano pagarlo i consumatori che, in Francia, dal primo aprile, la legge obbliga chiunque venda supporti o dispositivi soggetti a equo compenso ad informare il consumatore circa l’incidenza del compenso sul prezzo finale di acquisto.

E’ grave che chi ha preparato l’audizione del ministro abbia omesso di spiegargli tali elementari nozioni.

Franceschini: “Uno studio affidato al comitato consultivo per il diritto d’autore, ha sottolineato Franceschini, dimostra poi che in Europa, laddove esiste la legge sulla copia privata (in Gran Bretagna per esempio non c’è) queste tariffe [ndr quelle sull’equo compenso] sono molto più alte rispetto all’Italia” [ndr è un estratto virgolettato del resoconto della Siae sull’audizione del Ministro].

E’ un’altra affermazione per un verso inesatta ed incompleta e, per altro verso, semplicemente non veritiera.

Inesatta e incompleta laddove il ministro omette di riferire ai Deputati della Commissione Cultura che lo studio affidato al Comitato consultivo per il diritto d’autore da lui citato è stato, in effetti, “subappaltato” dal medesimo comitato alla Siae, in modo assolutamente trasparente.

Il fact checking è, anche in questo caso, impietoso.

Basta leggere l’incipit del parere del comitato permanente per il diritto d’autore per avere conferma della “grave dimenticanza” del ministro.

Ecco quanto si legge: “il Presidente del Comitato […] ha istituito una Commissione speciale appositamente dedicata allo svolgimento dell’istruttoria e […] ha richiesto, in sede di consulenza tecnica, alla Società italiana degli Autori ed Editori (Siae), […] una documentata relazione tecnica sullo stato dei mercati, sui più recenti comportamenti dei consumatori in ordine alla realizzazione di copie private, ed una rilevazione delle tariffe medie europee praticate negli Stati che, in attuazione della Direttiva 2001/29/CE, hanno adottato una disciplina concernente la detta eccezione ai diritti esclusivi dei titolari del diritto d’autore e dei diritti ad esso connessi.”

Tra il fondare talune affermazioni su uno studio del Comitato permanente sul diritto d’autore e su uno studio da quest’ultimo commissionato alla Siae – che ogni anno trattiene milioni di euro dalla gestione dell’equo compenso per copia privata – c’è una bella differenza ed il ministro non avrebbe dovuto dimenticarsi di darne atto.

Ma, purtroppo, non basta perché le dichiarazioni del ministro sono addirittura non veritiere a proposito della circostanza che le tariffe dell’equo compenso per copia privata nel resto d’Europa sarebbero più alte che in Italia.

Anche in questo caso il fact checking è tanto semplice quanto impietoso.

Anche qui “carta canta” e lo fa con voce tanto convincente da superare quella del Maestro Paoli e degli altri uomini della Siae.

La “carta” in questione è un autorevolissimo report dell’organizzazione mondiale della proprietà intellettuale che rivela come nel 2012, in Italia si sia raccolto più equo compenso per copia privata che in ogni altro Paese europeo, eccezion fatta per la sola Francia e che le tariffe dell’equo compenso già vigenti in Italia sono di gran lunga superiori alla media europea con le sole eccezioni di quelle relative agli smartphone e ai tablet in relazione alle quali, tuttavia, si segnala, che è previsto solo in una manciata di Paesi.

Il ministro Franceschini, a questo punto, faccia le sue scelte ed aggiorni le tariffe con le modalità che riterrà più opportune ma, per il futuro, sarebbe il caso che – se non al cospetto dei cittadini – almeno al cospetto dei Deputati della Commissione Cultura si evitassero inesattezze, imprecisioni ed affermazioni non veritiere.