Benvenuti nella Terza Repubblica, l’era politica della democrazia sospesa e della dittatura dei nominati. Sembra un secolo fa quando politici di ogni ordine grado e colore inveivano contro se stessi, additando come il male assoluto il “parlamento dei nominati”, quello che allontana i cittadini dalle istituzioni e produce scollamento tra il palazzo e il territorio. Invece era solo ieri. Inneggiavano tutti insieme alla reintroduzione delle preferenze come antidoto al vento dell’antipolitica che spazzava il Paese e gonfiava le urne di voti di protesta e vuoti da astensione. E poi succede qualcosa di diverso rispetto a quegli auspici: anziché un avvicinamento, è iniziato un attacco concentrico e sistematico al voto popolare e alla possibilità per i cittadini di scegliere i propri rappresentanti nelle istituzioni, a tutti i livelli di governo. Per stabilire chi debba guidare il Paese l’opzione stessa di andare alle urne è sospesa causa “larghe intese”. E quando anche fosse, sarà sempre a favor di nominati. Perché l’Italicum, presto nuova legge elettorale della Repubblica, consentirà ancora alle segreterie di scegliere la classe dirigente al posto degli elettori: anziché le preferenze dirette prevede listini “corti” dei partiti, cioè brevi liste bloccate in piccole circoscrizioni per l’elezione di 3-6 deputati.

Nel frattempo le province sono state derubricate a enti di secondo livello accuratamente “non elettivi”. E pure il Senato 2.0, a quanto pare, sarà un organo di nominati. Ecco, se un italiano fosse partito un anno fa e tornasse oggi, avrebbe qualche difficoltà a capire cosa è successo, perché mai le sole riforme in cantiere puntino nella stessa direzione. Di fatto, il Paese che voleva tornare a scegliere i suoi governanti non potrà farlo, perché il partito trasversale dei nominati, oggi a trazione municipale, ha vinto e conquistato tutto. Saranno sempre più i sindaci a scegliere chi comanda in provincia, nelle città metropolitane e pure in Senato. Così l’unica cosa che sembrava chiara, la volontà degli italiani di tornare a selezionare direttamente chi li governa, per il combinato disposto delle riforme fatte e in arrivo, rischia di restare per sempre fuori dal Parlamento, dalle assemblee e  dalle istituzioni. Ormai votate, per legge, alla sola prassi della nomina.

L’accordo elettorale che salva i governi e tumula le preferenze
Ora che si stanno avvitando gli ultimi bulloni alla legge elettorale si può tornare all’inizio. Al  27 ottobre del 2010, ad esempio, quando la presidente del gruppo Pd al Senato, Anna Finocchiaro, si scagliava frontalmente contro il “parlamento dei nominati e non di eletti, funzionale a votare la fiducia ai provvedimenti del governo e a mettere il bollo a quel che viene da Palazzo Chigi”. Correva il IV governo Berlusconi e soffiare sul fuoco dei nominati, al tempo, era uno sport facile. Lo è molto meno oggi, da quando Renzi e Berlusconi hanno stretto un patto di legislatura sulle riforme costituzionali e sulla legge elettorale che esclude espressamente il ritorno alle preferenze, come invece ha pur richiamato a fare la Corte Costituzionale impallinando il Porcellum.

Un mese dopo, a onor del vero, lo stesso (ex) premier Enrico Letta aveva tentato di raddrizzare la piega della strana intesa che subordinava la scelta del sistema elettorale alla contingenza di un patto per evitare le urne e instradare le riforme costituzionali. “Sostengo Renzi e la sua decisione di intervenire su legge elettorale e bicameralismo, ma se c’è un accordo largo tra i partiti alcuni aspetti possono essere modificati. Io, ad esempio, credo che i cittadini debbano essere resi partecipi nella scelta dei candidati”. Era il 23 gennaio 2014 e 30 giorni dopo esatti Renzi lo avrebbe disarcionato, mandando in soffitta ogni proposito di reintrodurre le preferenze. Inutili, finora, i tentativi di Alfano di incunearsi tra i due usando vari argomenti: la preferenza, per volontà dei principali partiti italiani, è morta.

Restano agli atti tante uscite figlie dei tempi: “Occorre ridare agli elettori il diritto di scegliere con le preferenze”, spiegava qualcuno dal palco della Leopolda a novembre 2011. Era Matteo Renzi che ha pure firmato il referendum per rottamare il Porcellum e reintrodurre le preferenze. “Alla luce del milione e duecentomila cittadini che hanno firmato il referendum dobbiamo introdurre una variante nella legge che consenta di scegliere candidato per candidato con preferenze”. Era, Silvio Berlusconi (21 ottobre 2011), un mese prima di essere disarcionato dallo spread e da Monti. L’afflato per l’espressione popolare è rimasto lì. Un anno dopo, nel libro di Vespa, Berlusconi confesserà il suo pensiero più autentico sul tema: “le preferenze? Sono un’anomalia”.

Svuotate, ridotte ma sempre per nominati. Le nuove Province
Abolizione farsa, risparmi effimeri. Tutto s’è detto della riforma delle Province approvata il 3 aprile scorso. Poco si è insistito, forse, sul fatto che i nuovi “enti di secondo livello” che le sostituiscono non saranno elettivi. La composizione delle Province 2.0 vuole nel ruolo di presidente il sindaco del capoluogo, dunque un politico eletto ma designato in quel ruolo non per il voto popolare. L’assemblea dei sindaci raggrupperà tutti i primi cittadini del circondario mentre il consiglio provinciale sarà formato da 10 a 16 membri scelti tra gli amministratori municipali del territorio. Dove “scelti”, ancora una volta, non significa eletti. Rimarranno al loro posto, almeno fino al 30 giugno, i 21 commissari che (insieme ai 52 presidenti) sarebbero scaduti a primavera.

Tanti hanno denunciato che la riforma ha in realtà minato un altro tempio della sovranità popolare. “Si cancella il voto popolare”, accusa a muso duro il presidente della Provincia di Lecco, Daniela Nava che almeno era stato messo lì dopo un passaggio alle urne: “E’ una truffa ai danni del popolo italiano – insiste – perché le Province continuano a esistere ma gli amministratori saranno scelti dai sindacati, quindi dai partiti”. Sulla stessa linea il presidente dell’Unione delle Province. Ma le loro rimostranze non hanno fatto breccia nel governo. E all’operazione, passata sotto la parola d’ordine del risparmio benché tutto da dimostrare, non è seguita una sollevazione popolare. Anche di fronte al rischio che il decantato risparmio sia annullato dai costi che si imbarcano per la crescita esponenziale di 25mila consiglieri e 5mila assessori in più nei Comuni. 

Caos per il nuovo Senato. Unica certezza: non sarà elettivo
Il terzo scacco alla possibilità di indicare un nome o crociare un candidato per gli italiani arriva dalla riforma del Senato in Camera delle autonomie. L’architrave, per quanti scossoni possa ancora subire nelle prossime ore, resta saldamente ancorato all’accordo originario stretto tra Renzi e Berlusconi, e dunque al testo del governo che dovrebbe essere pronto domani o lunedì al massimo: sarà una camera non elettiva, non darà la fiducia al governo, non ci saranno indennità per i senatori, non voterà il bilancio. Ma chi li sceglierà?  A comporre il nuovo Senato dovrebbero essere: 108 sindaci dei comuni capoluogo, 21 presidenti di regione e 21 esponenti della società civile nominati dal Presidente della Repubblica. Tutti rigorosamente senza stipendio e che restano in carica per un solo mandato. 

Proprio sull’eleggibilità o meno dei nuovi membri si è consumato negli ultimi giorni uno scontro durissimo, tutto interno al partito del premier, che ha fatto perno sulla proposta di Vannino Chiti di reintrodurre l’elezione diretta. Su quel testo e le spaccature che ha provocato si è acceso il lampeggiante del Pd e ieri c’è stato un vertice tra Renzi, la presidente della commissione Affari costituzionali Anna Finocchiaro, il ministro Maria Elena Boschi e il capogruppo dei dem a Palazzo Madama Luigi Zanda. Ma non risolutivo rispetto al tema con Renzi che ha aperto a modifiche ma non a uno stravolgimento. Comunque vada a finire si tratta di “limature”, perché il principio base non cambia e lo spiegherà oggi anche ai senatori Pd: la non eleggibilità dei membri del Senato delle Autonomie è fuori discussione.

Limature significa allora mixare diversamente le provenienze delle 148 caselle che comporranno la nuova assemblea. Riducendo ad esempio da 21 a una decina quelli in conto Quirinale. Magari ridisegnare la proporzionalità nella rappresentanza delle Regioni in base alla demografia. Un’ipotesi sul tavolo, ma ancora a livello di indiscrezione, accredita la possibilità di mediazione intorno a un metodo di elezione non diretta nell’ambito dei Consigli regionali. Sulla formula precisa della loro indicazione (se scelti dai colleghi consiglieri o da scegliere da listino separato, al momento delle elezioni regionali) si continua a lavorare.  In ogni caso non si parla di elezione diretta ma di un’elezione all’interno del consesso dei consiglieri o in un listino separato (e bloccato) a momento del rinnovo delle regioni. 

(ha collaborato Sara Nicoli)