Perché tanta fretta, da parte del governo, per l’approvazione del disegno di legge per l’abolizione delle Province? A sentire Renzi, tutto nascerebbe dalla necessità di arrivare alla cancellazione degli enti prima dell’election day del 25 maggio, quando i cittadini, in caso di mancata approvazione della legge, si sarebbero trovati a dover rieleggere anche i consigli provinciali e i loro relativi presidenti, con conseguenze a cascata facilmente immaginabili. Una dichiarazione ad effetto, quella di Renzi, che anche molti parlamentari hanno trangugiato senza colpo ferire, peccato che nulla sia vero. Il presidente del Consiglio ha “barato”. Perché la riforma ha anche un altro effetto: aumenta i componenti dei consigli comunali per i paesi più piccoli. In particolare a fronte del taglio di 2159 poltrone con la cancellazione delle Province, aumentano i seggi per i consiglieri (pari a 26096) e i posti da assessore (+5036) dei Comuni fino a 10mila abitanti. Primi calcoli basati su due dati: la legge vigente fino a ora (la riforma Calderoli del 2011) e i dati degli abitanti dei Comuni italiani del 2014 (fonte Anci). Eppure Matteo Renzi aveva parlato di 3mila posti per i politici in meno.

L’indizione dei comizi? Non sarebbe avvenuta
Perché non è vero che le Province non sarebbero andate al voto? Perché se anche lo scorso 25 marzo, il ddl Delrio fosse stato affossato dal voto favorevole sulla pregiudiziale di costituzionalità presentata dai grillini, nessuna provincia sarebbe comunque dovuta andare al voto a breve. Il comma 325 della legge di stabilità del 2013 parla chiaro: si applica alle “Province in scadenza naturale del mandato” ovvero “cessazione anticipata degli organi provinciali tra il 1 gennaio e il 30 giugno 2014, il regime commissariale di cui all’articolo 1, comma 115, della legge n. 228/2012”. Tradotto: per le Province commissariate non ci sarebbero problemi, perché il commissariamento è comunque fino al 30 giugno, cioè un mese dopo la finestra elettorale, e per quelle che invece non sono ancora state commissariate, di fatto lo diventerebbero. Dunque, nessun rischio di voto, nessun rischio di cascami legali successivi, nessun ulteriore esborso economico per l’ulteriore scheda elettorale. La legge di Stabilità aveva già previsto tutto.

La fretta di Renzi e l’aumento delle poltrone dei Comuni
E, allora, perché tanta fretta da parte di Renzi? E, soprattutto, perché una tale bugia? Come sempre, bisogna leggere con attenzione l’intero articolato per capire dove si annida il senso di tanta fretta. Ed, in particolare, si trova al comma 27 (cioè quello che prima era l’articolo 27, poi diventato comma in virtù dell’inserimento del maxi emendamento), dove si fa riferimento alla “ricomposizione dei consigli comunali”. Cioè: nel nuovo articolo 28 della legge vengono elencate una serie di disposizioni per un incremento del numero dei consiglieri comunali e degli assessori comunali per i Comuni fino a 3mila e fino a 10mila abitanti, nonché sulla “rideterminazione degli oneri connessi all’attività di amministratore locale, onde assicurare l’invarianza finanziaria di tali previsioni, innanzi recate dall’articolo 21 dell’A.S. n. 1212”. Insomma, è previsto che per i Comuni più piccoli (fino a 3mila abitanti) il consiglio comunale sia composto, oltre che dal sindaco, da dieci consiglieri e un numero massimo di due assessori, mentre per quelli fino a 10mila si passa a 12, più quattro assessori.

Finora la riforma Calderoli prevedeva 6 consiglieri per i Comuni fino a 1000 abitanti, 6 consiglieri e due assessori per i Comuni tra i mille e i 3mila abitanti, 7 consiglieri e 3 assessori per i Comuni tra i 3mila e i 5mila abitanti e 10 consiglieri e 4 assessori per i Comuni tra i 5mila e i 10mila abitanti. Tutto molto semplificato dal ddl Delrio che prevede solo le fasce fino a 3mila e da 3mila a 10mila, che però – oltre a aumentare il numero dei consiglieri per centinaia di cittadine – reintroduce la nomina di due assessori nei Comuni fino a mille abitanti (cancellata in precedenza da Calderoli).

Il ritorno elettorale (del 25 maggio)
Un’infornata di nomine e di poltrone, che in un territorio come l’Italia, frazionato in mille piccoli comuni e campanili, significa molto, anche in termini di ritorno elettorale. E arrivarci prima del 25 maggio significa, in qualche modo, veder subito i frutti di cotanto sforzo. Certo, nel testo del provvedimento c’è anche scritto che i comuni in questione dovranno comunque far quadrare i bilanci nonostante gli aumenti delle poltrone, ma Renzi ha previsto anche un altro “regalo” ai piccoli comuni, ovvero la possibilità dei sindaci dei piccoli centri (entro i 3mila abitanti) di avere il terzo mandato consecutivo, togliendo il limite dei due. In ultimo, l’incompatibilità a ricoprire cariche istituzionali riguarderà solo chi detiene cariche in “enti pubblici territoriali con popolazione superiore ai 15mila abitanti”. Davvero un bel regalo per il territorio, che ha fatto subito gridare allo scandalo prima la Lega e poi Grillo: “Abolite le Province?! Non è vero! – si legge in un posto sul blog del leader stellato – mistificano in una cosa vergognosa, con tutti i giornali e i giornalisti dalla loro parte! Aumenteranno di 26.500 i consiglieri comunali, tolgono le province e scaricano tutto il personale sui comuni, aumenteranno di più di 5mila unità gli assessori comunali!”. Evidentemente il leader 5 stelle ha già fatto i conti dell’aumento delle seggiole generali, ma non c’è dubbio che stavolta sia vero.