97 milioni, 158%, 40 milioni, 178 miliardi, 156 miliardi, 400 miliardi, 900%, 45,6 miliardi, 10,2 miliardi, 43,7 milioni. Non sono numeri al lotto, non giocateli. Sono le cifre delle industrie di smartphone, in Italia e nel mondo.

Fanno tornare in mente il miglior Schumacher (a proposito speriamo di rivederlo presto), quando in pista frantumava record su record, giro dopo giro. Qui si può dire la stessa cosa: record su record, anno dopo anno, trimestre dopo trimestre.

97 milioni sono le Sim attive nel nostro Paese (che corrispondono, ovviamente, ad altrettanti telefoni portatili, tablet, etc.). 158% è la penetrazione rispetto alla popolazione italiana dei telefonini di ultima generazione (cioè i modelli comunque capaci di navigare su internet, scaricare, copiare, etc.). E 40 milioni sono in particolare gli smartphone (top di gamma, da 800 euro al pezzo).

Un dato che ci colloca a fine 2013 come terzo paese al mondo con più telefonini portatili che abitanti: più di “un telefono e mezzo” a testa, neonati compresi. Ci battono solo Emirati Arabi Uniti e Russia. 178 miliardi di dollari è il fatturato mondiale 2013 di Samsung (14 posto della classifica di 500-Fortune).

Apple è dietro di poco a 156 miliardi di dollari (fatturato 2013). Quasi 400 miliardi di dollari è il fatturato globale relativo ai soli “mostri” Oem (Original Equipment Manufacturer), cioè i produttori di smartphone e tablet (senza considerare la tecnologia del diverso settore del Consumer Electronics Market). Oltre il 900% è la percentuale di aumento del fatturato di queste aziende (Oem) dal 2007 (quando il fatturato complessivo era di poco superiore a 41 miliardi di dollari), a fine 2013.

E per venire ai giorni nostri, come ricordato in un recentissimo articolo da il Corriere della Sera: 45,6 miliardi di dollari è il fatturato del primo trimestre 2014 (gennaio/marzo) della stessa Apple; 10,2 miliardi è l’utile maturato nel medesimo periodo (primi tre mesi del 2014); e 43,7 milioni sono gli smartphone venduti da Apple sempre nei primi 90 giorni di quest’anno.

Record su record. Giro dopo giro, anno dopo anno, trimestre dopo trimestre. I soli numeri negativi del settore sono altri. Lo zero, ad esempio, lo si deve al fatto che nessun produttore di smartphone è italiano. Si lo so: dobbiamo pensare europeo. Solo che nessuna di queste aziende è neppure europea. Qui ci vengono solo a vendere “mordi e fuggi”. E qualche segno meno? Ad esempio l’occupazione che (oltre a riguardare solo il settore “vendite” e non la produzione) non sale di certo (tanto meno in proporzione all’incremento dei fatturati). E le imposte, che nessuno di questi produttori paga in Italia, facendole passare dall’Irlanda o dall’Olanda attraverso l’ormai noto “double irish and duch sandwich” (doppio irlandese con panino olandese), quando serve con triangolazione sulle Cayman, come ampie inchieste giornalistiche hanno dimostrato (vedere ancora il Corriere della Sera o La Repubblica).

Poco tempo fa persino Matteo Renzi è caduto nella trappola sostenendo a Le Invasioni Barbariche (La7) che Google avrebbe raggiunto in Italia 2 miliardi di fatturato e creato molti posti di lavoro. Almeno, così gli avevano suggerito. Peccato: Google, in Italia, non fattura proprio. E i dipendenti (pochi e tutti occupati nel marketing e non nella tecnologia) li ha ridotti e non aumentati; anzi, a dirla proprio tutta, la vera Google (quella americana) di dipendenti in Italia non ne ha mai avuti.

E negativi sono certamente i numeri che riguardano la copia privata, almeno per l’Italia vero e proprio fanalino di coda dei Paesi produttori di cultura e creatività. Novanta centesimi (meno di un euro) di “equo compenso” a fronte dei trentasei euro della Germania, degli otto euro della Francia, dei due euro e cinquanta dell’Olanda, solo per fare qualche esempio. Il raffronto con il resto d’Europa (quella confrontabile) fa rabbrividire. C’è da scommettere che in tre secondi nessuno saprebbe dire il nome di un autore di musica olandese importante. Uno, due, tre. Niente? Prendiamo Robert Westerholt dei Within Temptation. Olandese, appunto. Robert Westerholt incassa di copia privata 3 volte quello che spetta a Jovanotti o Mogol. Non male, per il tulipano.

Potremmo poi citare qualche autore tedesco (Matthias Jabs degli Scorpions o Marius Müller Weternhagen): incassano 40 volte ciò che spetta a Ligabue o Bocelli. E Charles Aznavour? Vale 10 volte Vasco Rossi o Celentano.

Non parliamo poi della musica colta o del jazz. E nemmeno del cinema (lasciamo stare è meglio) o del teatro o anche “solo” dei documentari che in Italia spesso e volentieri vengono trattati come “filmati” per non pagare proprio il diritto d’autore (ma questa è un’altra storia). E non fatevi impressionare dai nomi. Lo stesso accade per gli autori meno conosciuti che spesso chiedono, giustamente, di avere più spazio e più risorse; risorse che invece il nostro Paese lascia a Samsung, Apple & co.

Volete poi la dimostrazione di quanto sia falso il vessillo anti copia privata del “bisogna stare attenti ai consumatori“? Fermo il fatto che gli smartphone vengono venduti a prezzo fisso, il punto è che su tutte le utenze portatili (che di smartphone hanno bisogno) c’è effettivamente una tassa che però non è la copia privata (che tassa proprio non è). E’ la concessione governativa prevista dal decreto legge n.4/2014 ed è di 5 o 12 euro al mese a seconda della natura dell’utenza (privata o professionale). Quindi 60 a 150 euro all’anno. Ed ovviamente, gli autori ed editori non c’entrano proprio nulla.

Ma perché nessuno vi ha mai fatto cenno? Perché la tassa di concessione governativa va dritta dritta in bolletta e viene pagata solo dagli utenti-abbonati (o consumatori) e mai – sottolineo mai – dalle Telco o dai produttori di smartphone. Per questo interessa poco o nulla, mentre la copia privata interessa eccome perché non la pagano i consumatori, ma le industrie multimiliardarie.

Quindi? Cosa aspettarsi per il futuro?

Sono in molti a ritenere che Franceschini non avrà il coraggio sufficiente per invertire la situazione. Io invece ho fiducia. E sono lì a tifare come il Nanni Moretti di Aprile, quando (riferendosi ad altri ovviamente) incitava: “rispondi, di’ qualcosa, reagisci, e dai rispondi, non ti far mettere in mezzo, di’ una cosa di sinistra! Di’ una cosa, anche non di sinistra, di civiltà!”.

Si, sono lì a tifare che si faccia una cosa di civiltà. Sarebbe di civiltà far sì che siano compensati anche quegli autori ed editori italiani che, per inciso, danno vita a più di 400 mila aziende e assicurano lavoro, direttamente o indirettamente, a quasi 2 milioni di persone in Italia, muovendo oltre 6 punti di Pil italiano. Sarebbe di civiltà non essere per una volta inseguitori. E non nascondersi dietro il calcolo delle medie europee. Sarebbe di civiltà investire nel futuro e difendere quella che tutti ci riconoscono come la nostra migliore caratteristica: guarda un po’ proprio la creatività.

Sarebbe di civiltà sentire il nostro ministro dire: macché media europea, macché Francia o Germania noi siamo meglio e valiamo di più e anche l’equo compenso deve essere più elevato.

Forse il mio è solo ottimismo. Ma ho fiducia: il ministro Franceschini farà il decreto e avrà più coraggio di quello che si possa credere. Caro ministro Franceschini, riguarda i numeri dei produttori di smartphone, tablet e pc,. E prima che anche la nostra industria culturale rischi di desertificarsi, fai una cosa di sinistra, anzi di civiltà.

Speriamo.

di Luca Scordino