Nella primavera del 1966 Indro Montanelli lanciava sulle pagine del Corriere della Sera un urlo contro gli speculatori: “Resistere ai privatiinvocava il giornalista – che vorrebbero distruggere tutto per rifarlo in vetrocemento, quasi sempre con l’assenso e l’appoggio delle autorità”.

Nell’estate del 1972 Pier Paolo Pasolini, in vacanza a Grado, rispondeva a un reporter che gli chiedeva cosa pensasse del Friuli: “Ormai – affermava lo scrittore – non c’è speranza, perché tutti i pali delle viti sono di cemento!”.

Nel marzo del 2014 Tomaso Montanari ha pubblicato “Istruzioni per l’uso del futuro” (editore Minimun Fax), un alfabeto civile sull’Italia possibile, su un progetto di comunità basato sulla cultura. Un saggio nel quale si legge: “Talebano. Così, in Italia, è chiamato non chi distrugge l’arte del passato – come i talebani veri, quelli dei Buddha di Bamiyan – ma chi tenta di salvarla”.

Affaristi, speculatoripolitici miopi o corrotti cancellano storie, paesaggi e identità con l’incuria, con opere inutili o col cemento. Sono come i talebani di Bamiyan: lasciano deperire l’Ospedale Vecchio di Parma, svendono il demanio marittimo di Salerno, autorizzano lottizzazioni lungo gli argini dei fiumi, come nel quartiere Borgo Berga di Vicenza, creando sicuri dissesti.

Pochi esempi che rivelano il degrado culturale alla base di scelte politiche.

I comuni usano il territorio come uno “sportello bancomat”: oltre il 70% degli oneri incassati con il rilascio dei permessi di costruire è utilizzato per la spesa corrente.

Dal 1990 al 2005 sono stati divorati dal cemento e dall’asfalto più di tre milioni di ettari, una regione grande più del Lazio e dell’Abruzzo messe assieme.

Lo storico dell’arte Tomaso Montanari individua nella conoscenza e nella responsabilità le principali armi per resistere alla distruzione del paesaggio e al degrado del patrimonio artistico, mali che segnano il tradimento della Costituzione e lo scadimento della democrazia.

E riconosce nel Crescent del catalano Bofill, l’enorme caseggiato privato che ha trasformato il lungomare di Salerno in una fotografia stinta, l’emblema nazionale della mala gestio del territorio. Il simbolo di un’architettura che ha già tradito se stessa.

di Andrea Lupi – Pierluigi Morena

(ripresa video Renato Giordano)