La ribellione non la puoi misurare a compartimenti stagni. Chiami ribelli, resistenti, partigiani, quelli che stanno in piazza a opporsi al governo turco di Erdogan, solidarizzi perfino con i secessionisti in Veneto, esprimi grande soddisfazione quando la polizia toglie i caschi mentre sfila una manifestazione popolata da umori di destra e poi fai la divisione tra i buoni e i cattivi se a scendere in piazza è la sinistra? 

Sono i due pesi e le due misure di umori destrorsi, razzisti, un po’ fascisti, quelli che hanno sempre una parola buona da rivolgere nei confronti di cittadini “esasperati” e poi però fanno il tifo affinché un manganello colpisca i poveri anarchici o di sinistra. Perché in Italia è un po’ così: va bene far truccare anche un passeggino da arma impropria, va bene giustificare chi fa comizi parlando di fucili da rivolgere contro gli immigrati, va bene se c’è chi parla di giustizia fai da te per difendersi dagli zombies che si accampano alla meno peggio ovunque, va bene chiamare “degrado” i poveri, i neri, i rom e le puttane ma non va bene se tanta gente, famiglie che tentano di sopravvivere a mille disastri, occupano edifici che non servono a nessuno o si ribellano al destino che la politica vorrebbe loro riservare.

Due pesi e due misure perché c’è un pezzo d’Italia in ribellione che continua comunque a immaginare che il nemico sia quell’altro, povero tanto quanto lui o anche di più, e così vedi piazze in cui c’è un tricolore, l’inno alla patria, la cacciata contro l’immigrato che serve ancora chiamare volgarmente “clandestino”, con ammiccamenti vari alle forze di polizia e poi vedi un’altra piazza mista, in cui non c’è un colore, non c’è gerarchia, differenza d’etnia, si parla da cittadini del mondo, senza confini né razzismi, dove si ha chiaro che o i diritti ci sono per tutt* o non esistono diritti per nessun@, e lì resistono i pregiudizi, solite favole in cui si narrano quegli appestati dei centri sociali come stronzi, tossici e privi di qualunque tangibile segno di moralità. 

Sono le due povere italie movimentiste divise in piazza e nei confronti delle quali l’atteggiamento da parte di chi tutela gli interessi dei più ricchi è pressappoco uguale. Ci si può scannare quanto si vuole, si può pensare che una piazza in cui si pensa che il pericolo siano i neri, i rom, i froci, le puttane, abbia ragione più di altre di arrabbiarsi per la miseria che li opprime ma di fatto poi a prendere legnate in piazza più d’ogni altr@ è chi anche inconsapevolmente non diventa funzionale a chi vuole che le guerre scorrano in basso così da tutelare culi ricchi che restano perennemente in alto.

Vorrei sapere davvero, oggi, dopo aver saputo della sconfitta del governo in piazza, ché la gente malmenata e vittima di repressione perché rivendica dei diritti, casa, reddito, pane, lavoro, comunque è lo specchio di un grande fallimento delle istituzioni,  chi, come e perché cavalca le proteste e usa la povertà delle persone per introdurre nel dibattito, nella cultura, nelle discussioni elementi ideologici che ci riportano indietro. Vorrei sapere se la povertà, l’esasperazione e la ribellione possono essere strumenti per chi indirizza l’odio da una parte o l’altra invece che ragionare di soluzioni reali affinché tutti possano domani vedere il sole.

Vorrei sapere se la povertà ha un colore politico, se puoi parlarne per giustificare il fatto che condanni tante persone immigrate a morire nel mediterraneo, se può servirti per raccontare che esiste sempre qualcuno che ha un sesso, un colore, una cultura, una religione diversa dalla tua quando in realtà la differenza che devi tenere bene a mente è quella di classe. E se quel che porti in piazza è un conflitto di classe, se  di differenza di classe stai parlando, allora spiegami perché te la prendi con chi è pover@ tanto quanto te. Spiegami perché non riesci a rinunciare ai tuoi pregiudizi e pensi che per mangiare devi privare chi non ha pane di un morso che a buon diritto gli spetta. Spiegami, infine, perché ti è più semplice prendertela con chi è più debole invece che ribellarti contro chi ha la responsabilità di tutto questo.

Se sei precari@, pover@, se porti avanti una lotta, per prima cosa dovrai acquisire coscienza – di classe – e quando l’avrai acquisita, solo allora, potrai dire che la tua ribellione invece che uno sfogo diventa risorsa collettiva. Tu che scendi in piazza, tu che dici di avere l’acqua alla gola, tu che vivi male, che conosci le tragedie di chi si suicida, tu che conosci a menadito la precarietà, la fine della speranza, giusto tu: una coscienza di classe ce l’hai oppure no? Hai una coscienza di classe o hai solo coscienza del tuo personalissimo problema? Questa è la domanda.