Conviene mettere in fila alcuni fatti prima che la cortina fumogena di tagli ai manager e alla politica, lotta agli sprechi e quant’altro vorrà comunicare all’Italia Matteo Renzi, impedisca di capire cosa accadrà oggi, quando il governo avrà approvato il Documento di economia e finanza (Def) e relativo Piano nazionale di riforme (Pnr).

Riassunto in tre punti: le coperture per tagliare l’Irpef di 80 euro sui redditi più bassi da maggio almeno per il 2014 non sono affatto strutturali (cioè non ci sono tutti i risparmi di spesa necessari); la riduzione del 10 per cento dell’Irap per le imprese grazie all’aumento della tassazione sulle rendite non è del tutto finanziata; il premier e il suo governo chiedono gentilmente alla Ue – che da quest’anno, grazie al Two Pack, pesa assai nella redazione dei bilanci nazionali – di tollerare qualche piccolo spostamento temporaneo dai vincoli (specialmente sul debito) perché poi, alla fine, la Renzienomics farà il miracolo.

Primo tema: i soldi per il taglio dell’Irpef. Nelle bozze di Pnr circolate ieri i proventi della spending review per il 2014 sono cifrati tra i 3,5 e i 5 miliardi per poi salire a 17 l’anno prossimo e arrivare a 32 miliardi nel 2016. Palazzo Chigi in serata ne prometteva, con qualche eccesso di ottimismo, addirittura sei già quest’anno. In ogni caso, visto che per il 2014 servono 6,6 miliardi per garantire i famosi 80 euro a dieci milioni di italiani alcune coperture del decreto sul tema che arriverà la prossima settimana saranno una tantum: niente di più facile che il taglio strutturale, dunque, arriverà solo con la legge di Stabilita. La fonte individuata è il pagamento straordinario di circa 40 miliardi di vecchi debiti commerciali della P.A. grazie a Cassa depositi e prestiti (che dovrebbe garantire pure il pagamento dell’esposizione sul 2014 agli enti poco liquidi) comporta maggiori introiti Iva una tantum per almeno 4 miliardi.

Secondo tema: l’Irap. Renzi, nel memorabile giorno delle slide, ha promesso alle imprese una riduzione del 10% della tassa regionale – che in soldi fa circa 2,4 miliardi di euro – grazie ad un aumento dell’aliquota sulle rendite finanziarie (esclusi i titoli di stato) dal 20 al 26%. Il gettito, secondo Renzi, sarebbe di 2,6 miliardi, mentre per la Ragioneria generale non più di un miliardo e mezzo. Questo sta comportando qualche imbarazzo al Tesoro: ora l’ipotesi è che l’abolizione sia solo del 5% quest’anno, per poi salire negli anni successivi (anche in questo caso bisognerà tornare sull’argomento nel ddl Stabilità).

Terzo tema: il rispetto dei vincoli di bilancio Ue. “Le regole – si legge in una delle bozze di Pnr – saranno rispettate, ma è necessario uno spazio per permettere alle riforme di dispiegare i loro effetti di medio-lungo periodo, attenuando eventuali impatti negativi di breve”. Tradotto: i nostri conti pubblici potrebbero momentaneamente peggiorare. Il problema più grande è il debito, il cui rapporto rispetto al Pil è previsto in peggioramento quest’anno e pure il prossimo. Niente paura, ci pensa la Renzienomics: “L’effetto espansivo” delle riforme “si manifesterà debolmente nel corso del 2014 per poi risultare via via più pronunciato nel corso degli anni successivi”. In numeri: +0,3% quest’anno e poi su su fino al “+2,1% rispetto allo scenario di base del 2018”. I numeri per quest’anno, invece, sono quelli annunciati: Pil in crescita dello 0,8 per cento anziché dell’1, calo che curiosamente non ha alcun effetto sul rapporto tra deficit e Prodotto, stabile al 2,6%.

Corollario: la guerra dei tagli. I quattro o sei miliardi che verranno dalla spending review hanno innescato una battaglia sotterranea nel governo. Il comparto più a rischio è la salute, su cui sono circolate allarmanti voci di una riduzione da due miliardi di euro quest’anno e una decina nell’arco del quadriennio: “Nel Def non ci saranno tagli, sarebbe un pacco con sorpresa”, mette le mani avanti la ministro Beatrice Lorenzin. Anche la collega della Difesa, Roberta Pinotti, prova a rassicurare il suo stato maggiore, ma almeno mezzo miliardo nel 2014 dovrà lasciarlo a disposizione del premier. Tagli (ma in misura minore) saranno in capo anche ad altri ministeri. Il problema è che questi tagli – oltre a sommarsi a quelli delle manovre degli ultimi tre governi – hanno impatti recessivi (cioè fanno diminuire il Pil) che il governo non ha quantificato.

I classici: dalle privatizzazioni in giù. Ovviamente pure l’esecutivo Renzi promette – come chiedono a Bruxelles e aveva promesso Enrico Letta – di privatizzare le partecipate del Tesoro: 12 miliardi l’anno fino al 2017, è la sua promessa da 50 miliardi. Non mancano altri impegni tradizionali: dalla riforma del catasto al fisco amico, dalla lotta all’evasione a quella contro la burocrazia.

da Il Fatto Quotidiano dell’8 aprile 2014