Non vendeva centinaia di migliaia di copie, non aveva ricchi stipendi da corrispondere ai suoi giornalisti, non riusciva ad allontanare per troppo tempo il rosso dai bilanci editoriali. Eppure le pagine scritte dal quotidiano L’Ora rappresentano un punto fermo nella storia recente di questo Paese. Una storia non solo giornalistica ma anche – o forse soprattutto – civile. Perché l’Ora è stato il quotidiano capace d’inchiodare sulle sue pagine quella parola dalle cinque lettere, la parola mafia, in un’epoca in cui il cardinale Ernesto Ruffini derubricava l’esistenza di Cosa Nostra a semplice leggenda. Diario civile in una terra dove per troppo tempo il delitto e la violenza si sono fatti beffa di diritto e cultura, L’Ora è stato un giornale che tra mille sfumature ha reso giustizia alle vittime di Cosa Nostra collegando ad ogni crimine il nome di un carnefice. Scorrere le prime pagine del mitico quotidiano palermitano è come snocciolare il paradigma della recente storia italiana: la banda Giuliano, Portella della Ginestra, la mattanza di Cosa Nostra, gli omicidi di politici e magistrati.

Il documentario sul giornale che fu diario civile. “Storia di un giornale antimafia”, documentario di Alessandro Chiappetta, in onda su Rai Storia il 2 aprile, prova a riavvolgere indietro il nastro della storia del quotidiano palermitano. Fondato in piena Belle Epoque dalla famiglia Florio, industriali desiderosi di misurarsi con le grande aziende del nord Italia, l’Ora fa trasparire subito un respiro europeo, caratterizzato dalle collaborazioni con il parigino Le Matin, il Times di Londra e il New York Sun. La grande guerra spazza via ogni respiro continentale, e nel primo dopoguerra il quotidiano palermitano riesce a resistere solo qualche anno alla violenza fascista. Finito l’oblio del regime, L’Ora rinasce dalle sue ceneri: rilevato da Amerigo Terenzi, vicino al Partito Comunista e già editore del romano Paese Sera, il quotidiano palermitano scopre presto la sua vocazione di resistenza civile. A inchiodarla con l’inchiostro in prima pagina ci pensa il direttore Ingrassia nel 1947, rispondendo alla lettera arrivata dal bandito Giuliano, che intimava ai redattori di smetterla di riferire “fatti da non pubblicizzare”, perché in caso contrario gli avrebbe fatto “rimettere la pelle”. “La pelle è un tessuto che ha un valore se sotto ci sono tanti organi fra i quali il cervello e il cuore e quindi un’idea e una passione. Se per paura dovessimo rinunciare all’idea, a che ci servirebbe la pelle?” risponde il direttore, tracciando una di quelle frasi che sopravvivono all’autore.

Cronisti di razza, scrittori e poeti. Negli anni ’50 le lancette della storia iniziano a correre: l’Italia cambia e anche il volto della Sicilia inizia lentamente a mutare. Un cambiamento doloroso perché sull’isola anche la mafia inizia ad assumere forme nuove: dalle campagne arriva in città e si fa borghese, dall’abigeato e dalle lupare approda agli appalti e al tritolo. Da Corleone arriva la banda di Luciano Liggio: “Pericoloso” è il titolo che L’Ora regala al boss corleonese, corredandolo con una sua grande foto. La risposta è una bomba nella tipografia. “La mafia ci minaccia, l’inchiesta continua” replica il quotidiano in prima pagina. A dirigerlo nel 1954 è arrivato Vittorio Nisticò, calabrese visionario, che trasforma il giornale in una fucina continua di cronisti di razza: Mario Farinella, Felice Chilanti, Mario Genco, Alberto Stabile, Giuliana Saladino, Kris Mancuso, Etrio Fidora, Francesco La Licata, Antonio Calabrò, Vincenzo Vasile, Franco Nicastro, Bianca Stancanelli, Sandra Rizza, Giuseppe Lo Bianco, sono solo alcuni dei ragazzi che ogni giorno affollano le stanze gonfie di fumo del palazzotto a tre piani tra piazza Ungheria e piazzetta Napoli. Poi ci sono le firme che animano le pagine culturali: da Leonardo Sciascia a Renato Guttuso, da Salvatore Quasimodo a Michele Perriera e Salvo Licata, arrivando fino ad Andrea Camilleri che sull’Ora pubblicò “La Barca”, uno dei suoi primi racconti.

I giornalisti uccisi per cercare la verità. La colonna vertebrale del giornale però rimane la cronaca, soprattutto la nera che in Sicilia fa spesso rima con Cosa Nostra. Ma fare nomi e cognomi di boss sul giornale, aprire le inchieste con titoli come “La mafia dà pane e morte”, può essere un mestiere pericoloso nella Palermo degli anni ’60 e ’70. Se ne accorgono subito dalle parti dell’Ora, quando alcuni cronisti finiscono assassinati per il loro lavoro: il primo è Cosimo Cristina, corrispondente da Termini Imerese ammazzato nel 1960, poi tocca a Mauro De Mauro, scomparso nel nulla nel 1970 mentre indagava sul caso Mattei, fino a Giovanni Spampinato, ucciso due anni dopo. In Cosa Nostra però la mattanza è continua e la pletora di cadaveri disseminati sull’asfalto palermitano tra fine anni ’70 e inizi anni ’80 non si placa: “Quanti ni murieru, quanti n’ammazzaru: L’Ora, morti e feriti” è il ritornello utilizzato dagli strilloni che vendono il giornale per strada. “La morte fa 100” è un celebre titolo di prima pagina, e i due zeri sono rappresentati dalla doppia canna di un fucile. A fine anni ’80 la storia torna a cambiare volto: la guerra fredda è finita, l’Urss si sgretola, di riflesso anche il Pci si trasforma. Tra il maxi processo e il 1992 anche L’Ora cambia: da quotidiano del pomeriggio inizia ad uscire al mattino, ma i bilanci sono sempre più in rosso, mentre il partito ha stretto i cordoni della borsa. Nel frattempo anche Cosa Nostra modifica il suo volto: Riina decide di dichiarare guerra allo Stato e inaugura l’escalation a suon di bombe che porterà poi pezzi delle istituzioni a trattare con la mafia.

L’8 maggio del 1992 la chiusura. L’Ora però non sopravvive: “Arrivederci” recita l’ultimo numero dell’8 maggio 1992, appena due settimane prima della strage di Capaci. Una chiusura strana quella del quotidiano palermitano, scaricato dal Pci proprio alla vigilia delle stragi a cavallo tra Stato e Cosa Nostra, mentre un oscuro gruppo imprenditoriale in odor di mafia sonda il terreno per l’acquisizione. “Ci furono parecchie stranezze – racconta Vincenzo Vasile, l’ultimo direttore – sicuramente L’Ora sarebbe stata un testimone scomodo delle stragi, un testimone scomodo della Trattativa”. In quella fase di passaggio però i testimoni scomodi dovevano essere messi a tacere: quell’Arrivederci in prima pagina divenne epitaffio del quotidiano capace per un secolo di essere sentinella di libertà e democrazia in un’isola per troppi anni affetta da impunità. 

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