Un sindaco, una giunta di 4 assessori, 12 consiglieri, un segretario comunale e un dipendente part-time. È questa la macchina amministrativa impiegata per far funzionare il comune di Pedesina (Sondrio), che con i suoi 36 abitanti detiene la palma di amministrazione più piccola d’Italia, un primato che da qualche anno ha strappato a Morterone, paesino del Lecchese che oggi conta un paio di cittadini in più. Pedesina si trova a metà della Val Gerola. Un posto incantevole, tutto sentieri e cime imbiancate, con un passato a vocazione turistica e un presente fatto di seconde case e un’economia sempre meno rigogliosa. Nella stessa valle ci sono altri tre Comuni (Bema, Rasura e Gerola Alta), ciascuno con il suo sindaco e il suo consiglio comunale. Tutti insieme, frazioni comprese, arrivano a contare meno di 700 abitanti

Sono 55 in Italia i Comuni che contano meno di cento abitanti, quasi tutti Comuni alpini in Piemonte (37) e in Lombardia (9), i restanti sono divisi tra Abruzzo (4), Liguria (2), Emilia Romagna, Lazio e Sardegna. Di questi, 36 vanno al voto a maggio, rinnovando la carica di sindaco ed eleggendo i nuovi consigli comunali che, dopo le modifiche normative, verranno ridotti nelle loro dimensioni. 

Si tratta solo della punta di un gigantesco iceberg. I piccoli Comuni sono il tessuto del Paese: sono 1960 quelli che contano meno di mille abitanti (di questi 1051 vanno al voto a maggio), un quarto delle amministrazioni locali italiane, poi ci sono altri 3692 Comuni con meno di 5mila abitanti, si arriva così ai due terzi del totale delle amministrazioni locali. Un esercito di sindaci, assessori e consiglieri. Un magma di segretari comunali, dipendenti e uffici spesso poco attrezzati per far fronte alla complessità del mondo contemporaneo. 

Da qualche anno la politica sta provando a mettere ordine in questo sistema. Sul piatto, per tutte le realtà con meno di 5mila abitanti, ci sono fusioni, gestioni associate delle funzioni fondamentali e riduzione delle cariche. Un processo che soffre dei ritardi e delle confusioni tipiche di un Paese che fa fatica a rinnovarsi. Quando mancano due mesi alle elezioni ancora non è chiaro se il ddl Delrio verrà approvato in tempo, tanto che il Pd (primo firmatario Enrico Borghi) ha presentato una mozione per stralciare dal disegno di legge la parte relativa ai Comuni che “hanno bisogno di regole certe per comporre le liste e garantire la rappresentanza”.

Il coordinatore nazionale dei piccoli Comuni di Anci, Mauro Guerra (deputato del Pd), assicura che il ddl Delrio, nella sua parte relativa alla composizione di consigli e giunte, verrà approvato in tempo utile per le elezioni: “La situazione sembra essersi sbloccata – spiega -, c’è la ferma intenzione di approvare prima delle elezioni, diciamo entro fine marzo per arrivare in tempo alle elezioni”. Rispetto alle modifiche introdotte durante il governo Monti, che riduceva sensibilmente il numero di consiglieri comunali e assessori, il ddl Delrio va nella direzione dell’aumento dei numeri (10 consiglieri e 2 assessori per i Comuni con meno di 3mila abitanti, 12 consiglieri e 4 assessori per i Comuni fino a 10mila abitanti) con una revisione delle indennità per mantenere i saldi invariati rispetto alla riforma precedente.

Quindi il comune di Pedesina, se le cose andranno come sembra, continuerà ad esistere e, oltre al sindaco, avrà due assessori e 10 consiglieri, riportando in municipio un terzo del paese. Casi estremi a parte, secondo Guerra “i piccoli Comuni sono un patrimonio, un presidio importante in grado di garantire la manutenzione di territori che rischierebbero di essere dimenticati”, poi puntualizza: “I piccoli Comuni in diversi casi hanno anche qualche problema di adeguatezza nel garantire i servizi, hanno problemi di mezzi. Oggi c’è bisogno di enti che garantiscano servizi efficienti, quindi come Anci abbiamo scelto di accettare la sfida delle gestioni associate e, laddove i territori lo consentono, anche quella delle fusioni”.

Del resto che i Comuni di piccole dimensioni costino di più lo ha dimostrato già l’ex ministro Piero Giarda, con una raccolta di dati che metteva in evidenza come il costo pro capite più basso viene registrato nei Comuni tra i 5 e i 10mila abitanti, crescendo esponenzialmente ai due estremi. Insomma, piccolo è bello, ma costa parecchio. Ma non è dalla cancellazione del livello amministrativo che si ottengono i veri risparmi: “Sindaci e consiglieri sono fondamentali nelle piccole realtà – spiega Guerra -, sono un presidio democratico e spesso fanno un lavoro volontario impagabile”. I costi delle piccole amministrazioni si nascondono nelle inefficienze che la politica sta tentando di affrontare.

La normativa attuale prevede che i Comuni con meno di 5mila abitanti si associno per la gestione di 9 delle 10 funzioni fondamentali. Praticamente tutte tranne l’anagrafe. La tempistica è stabilita da tempo e il processo dovrebbe essere completato nel dicembre del 2014: “Questo è l’anno buono – spiega Guerra – o si fa adesso o non si fa più. I Comuni devono fare questo sforzo per essere più forti e strutturati in futuro”. Quindi la vera differenza, più che le fusioni, possono farla le gestioni associate, a patto che vengano fatte in maniera convinta e spinta (condividendo anche il personale): “La differenza tra una buona gestione associata e una fusione di Comuni non sta nel risparmio – spiega Guerra – ma nella struttura politica più snella e unitaria”.

I processi di fusione, per quanto auspicabili, vanno costruiti con le popolazioni: “Ci sono zone nelle quali per mettere assieme 10mila abitanti bisogna unire 3 vallate e diventa difficile creare un unico Comune. La gestione associata dei servizi è un inizio della risposta al problema dei costi e dell’efficienza delle piccole e piccolissime amministrazioni”. Le fusioni di Comuni, secondo Guerra, non possono essere calate dall’alto, ma devono arrivare dal territorio: “Bisogna incentivare le aggregazioni accompagnando i Comuni in questo processo. Non credo ad un’Italia disegnata a tavolino, siamo in grado di dare indicazioni e aiutare i piccoli Comuni a crescere”.