Fino a meno di dieci anni fa era ancora considerato sinonimo di pazzia. Per sfatare questo pregiudizio, le Nazioni Unite nel 2007 hanno istituito la Giornata mondiale per la consapevolezza dell’autismo, con l’obiettivo di “Promuovere la ricerca scientifica in tutto il mondo e la solidarietà verso le persone colpite dalla malattia”. Da allora, per accendere i riflettori su questo disturbo, il 2 aprile di ogni anno, grazie alla campagna Light it up blue promossa dall’organizzazione internazionale Autism Speaks, i principali monumenti delle città del mondo s’illuminano di blu. 

Le iniziative previste in Italia: medici e vip. In Italia, contro l’isolamento dei 500 mila individui colpiti da autismo, filo conduttore delle iniziative promosse nel nostro Paese, a fianco di medici e scienziati scendono in campo anche scrittori, attori e registi, tra i quali Stefano Benni, Gianni Amelio, Pierfrancesco Favino e Neri Marcorè, solo per citarne alcuni. Obiettivo comune sensibilizzare il Parlamento, affinché recepisca una proposta di legge “Per una normativa adeguata ai bisogni delle persone con disturbi dello spettro autistico”, presentata due mesi fa in Senato dall’Associazione nazionale genitori soggetti autistici (Angsa) 

L’autismo, che colpisce 1 bambino su 80, è infatti un disturbo ancora poco conosciuto, nonostante i passi avanti compiuti dalla ricerca, come l’individuazione di una componente genetica all’origine della malattia. Secondo gli scienziati, un ruolo importante nella predisposizione allo sviluppo della patologia lo avrebbero anche alcuni fattori ambientali, ad esempio infezioni materne, deficit immunitari o esposizione in fase prenatale ad agenti neurotossici. Rischio, quest’ultimo, piuttosto concreto, in base ai risultati di uno studio pubblicato proprio in questi giorni su PLOS Computational Biology. 

Gli sforzi della ricerca contro un disturbo ancora poco conosciuto. Gli sforzi dei ricercatori si stanno concentrando sempre più sulla comprensione dei circuiti neuronali di un individuo colpito da autismo. Uno studio canadese, pubblicato sulla rivista “Frontiers in Neuroinformatics” e condotto dalla Case Western Reserve University e dall’University of Toronto, dimostra, ad esempio, attraverso una scansione dell’attività cerebrale nota come magnetoencefalografia, che il cervello della maggior parte delle persone autistiche genera più informazioni quando è a riposo, con un aumento medio pari al 42%. “Un risultato – si legge nella ricerca – che potrebbe offrire una spiegazione scientifica della caratteristica più tipica che contraddistingue gli individui colpiti dalla malattia, il ritiro nel proprio mondo interiore”. “L’eccesso di produzione di informazioni – afferma Roberto Fernández Galán, neuroscienziato della Case Western Reserve School of Medicine a capo del team di ricerca – potrebbe ad esempio spiegare il distacco di un bambino autistico dal suo ambiente. I nostri risultati – sottolinea lo studioso canadese – suggeriscono che i bambini malati potrebbero essere meno interessati alle interazioni sociali, proprio perché il loro cervello genera più informazioni a riposo, che noi interpretiamo come maggiore introspezione, in linea con le prime descrizioni della patologia”.

Usa e Ue uniti in un comune progetto di ricerca. La ricerca sull’autismo prosegue, legata ormai a doppio filo negli ultimi anni allo studio complessivo dell’attività cerebrale. È proprio di questi giorni la notizia che Stati Uniti e Unione Europea hanno deciso di unire i loro sforzi, e finanziamenti, in un comune progetto di ricerca, ancor più articolato e ambizioso di quello che nel 2000 ha permesso di decodificare il codice genetico umano. Secondo quanto riportato dalla rivista Nature, per migliorare l’efficienza della ricerca e minimizzare eventuali sovrapposizioni nascerà una partnership formale tra la “Brain Initiative” americana, lanciata a maggio dello scorso anno con un finanziamento di 1 miliardo di dollari, e lo “Human Brain Project”, analogo europeo nato sei mesi dopo con uno stanziamento di 1 miliardo di euro (circa 1,3 miliardi di dollari). Il fine è comune: la comprensione dell’evoluzione e del funzionamento dell’organo più complesso della natura, il cervello umano.

Lo studio su Frontiers in Neuroinformatics