Il cantiere è praticamente ultimato, in fase di collaudo, e l’apertura è prevista all’incirca fra settanta giorni. In barba ai rischi. E anche alle clamorose contraddizioni. Alla nuova discarica del gruppo Marcegaglia, l’ennesima in Puglia, provano a mettere i bastoni tra le ruote 14 sindaci della provincia di Lecce. Diffidano le istituzioni, dalla Regione all’Organo di governo d’ambito per la gestione dei rifiuti fino al Consiglio dei ministri, a riconvertirla in sito di smaltimento di inerti. Soprattutto, hanno appena scritto al Parlamento Europeo per richiedere una visita ispettiva degli organi comunitari. Il pericolo, tutt’altro che remoto, è quanto denunciato da anni dai movimenti ambientalisti locali: l’inquinamento dell’unica fonte di approvvigionamento idrico del Salento.

Lo scavo è enorme. E profondo. Tra tutti i luoghi possibili, l’impianto nasce a Corigliano d’Otranto, letteralmente sopra il bacino acquifero più importante del Tacco d’Italia, terra che un’altra falda non ce l’ha e fa i conti con una galoppante salinizzazione delle vene sotterranee, oltre che con gli arcinoti problemi di siccità. E’ in quella zona che insistono i trenta pozzi di proprietà dell’Acquedotto Pugliese e che forniscono l’80 per cento di acqua potabile al territorio, come scritto nel Piano di tutela delle acque, che, proprio per ciò, aveva escluso che lì potesse sorgere una discarica. La prima deroga a questo argine è arrivata nel 2003, dall’allora governatore pugliese Raffaele Fitto (Forza Italia), confermata poi dall’attuale giunta regionale di centrosinistra targata Nichi Vendola.

Nonostante i ricorsi ai tribunali amministrativi, non c’è stato nulla da fare. La discarica, che accoglierà la frazione umida trattata dei rifiuti di 46 comuni, è sorta lo stesso. Assieme al biostabilizzatore nella vicina Poggiardo, è stata cofinanziata con risorse europee per oltre 16,6 milioni di euro. Tutto di proprietà del consorzio Cogeam, costituito al 51 per cento dalla Marcegaglia spa e al 49 per cento dalla Cisa spa di Antonio Albanese. E’ loro il quasi completo monopolio della gestione del ciclo della spazzatura nel Leccese: tre discariche, due impianti di biostabilizzazione, uno di produzione del cdr, a cui si aggiungono gli altri sparsi nel resto della regione, compreso l’inceneritore di Massafra (Ta).

Quella di Corigliano d’Otranto, però, è una storia a sé. Una storia di paradossi troppo grandi. Nel 2008, la Regione Puglia ha certificato la compatibilità ambientale del sito, attiguo, tra l’altro, ad uno fatto chiudere dall’Aqp negli anni ’80 e mai bonificato. “Questa valutazione positiva si basa su di un unico studio idrogeologico ‘di parte’, commissionato dalla stessa ditta appaltatrice Cogeam e non da università o da centri di ricerca: è mancato un momento di approfondimento scientifico certo in fase istruttoria”. Lo ripete Ada Fiore, sindaco di Corigliano. Lo fa tenendo in mente ciò che è stato volutamente tralasciato: nel 2002, il Cnr-Irpi di Bari (Istituto di ricerca per la protezione idrogeologica) ha confermato che la vulnerabilità di quell’acquifero “è risultata notevole, da alta a molto elevata, mentre la qualità delle acque – per quanto tuttora buona – si è dimostrata sensibile alla posizione e all’azione di centri di pericolo e i rischi di degrado qualitativo sono risultati non trascurabili”.

“Si giunge alla stramberia – continua la Fiore – che nella relazione della Cogeam si concordi pienamente con il Cnr, rilevando persino l’esistenza di intense fratturazioni nella roccia sopra la falda, ma concludendo che le impermeabilizzazioni offriranno un ‘adeguato livello di protezione’. E chi lo ha stabilito? Con quali procedimenti di valutazione scientifica? E’ incredibile, ma è su quell’unico studio, commissionato e pagato ad un libero professionista dalla ditta appaltatrice, che si è basato il rilascio della Valutazione di impatto ambientale da parte della Regione Puglia”. E amen. Lo ha certificato il Cnr che “l’impermeabilizzazione non è in genere sufficiente a scongiurare rischi di perdite fluide dalle discariche”. Ed è questa una delle ragioni che ha portato i carabinieri del Noe di Lecce a chiedere alla Procura, nell’ambito degli accertamenti disposti dal pm Ennio Cillo, una consulenza tecnica obiettiva, che tuttora non c’è.