“Scusi”, chiediamo alla signora in coda per le primarie del centrosinistra, “ma non avete adottato la Carta di Pisa?”. “La Carta di Pisa? – risponde – ma cos’è la Carta di Pisa?”. Forse è bene iniziare da qui, da questo dialogo fulmineo con l’elettrice, al seggio pescarese di via Piave, alle primarie che il 10 marzo – con il 76 per cento di preferenze – hanno incoronato Luciano D’Alfonso candidato alla guida della Regione Abruzzo.

La signora infatti ignora che “Insieme, il nuovo Abruzzo”, nella sua “Carta d’intenti per il cambiamento abruzzese”, ha stabilito che “la questione morale sarà un cardine della coalizione e del suo governo” e s’è impegnata “ad adottare formalmente i contenuti della Carta di Pisa”. Per adottarli ha scritto un “codice etico” e infatti, nell’articolo 6, possiamo leggere: “In caso sia rinviato a giudizio per reati di corruzione, l’amministratore s’impegna a dimettersi, ovvero a rimettere il mandato”. Tutto questo l’elettrice non lo sa.

Lo sa bene Luciano D’Alfonso che, se dovesse applicare la norma etica – da lui sottoscritta – dovrebbe dimettersi un istante dopo la sua, eventuale, elezione come presidente di Regione: è imputato per corruzione – in appello, assolto in primo grado con formula piena – per una storia di mazzette. Ma qui in Abruzzo – come in gran parte d’Italia – la parola dimissioni ha scarso significato. E senza l’abitudine alle dimissioni, la locuzione questione morale, resta lettera morta. D’Alfonso replica: “Riguardo le mie dimissioni per il codice etico, valuterò con il mio partito e la mia coalizione, alla luce della mia assoluzione: terrò conto di ciò che mi diranno”.

Parliamo dello stesso Pd che alcuni anni fa, quando il grande amico di D’Alfonso, il costruttore Carlo Toto, tentò di costruire la strada “mare-monti”, che attraversava la Riserva naturale del lago di Penne, piuttosto che spostare la strada, pensò di spostare la riserva. Non sarà difficile, quindi, spostare la Carta di Pisa anche perché, per quella vicenda, D’Alfonso è ancora imputato per concorso in falso. E anche per questo, Rifondazione comunista, che giudica inopportuna la sua candidatura, s’è da tempo sfilata dalla coalizione. “Ma esiste una questione morale – chiediamo al candidato del centrosinistra – nella politica abruzzese?”. “Sono stato assolto per 53 capi d’imputazione – risponde – e per il resto, una questione morale, nella politica abruzzese, esiste, sì, ma riguarda solo la condotta individuale di alcuni eletti”.

Alcuni? Soltanto nell’ultima indagine che ha scosso l’Abruzzo, quella sui rimborsi per le missioni istituzionali, sono stati indagati ben 25 rappresentanti della Regione, con accuse che spaziano dal peculato alla truffa e al falso. Non s’è dimesso nessuno. Non s’è dimesso l’attuale presidente – e candidato in pectore per il centrodestra – Gianni Chiodi, s’è fatto rimborsare, con soldi pubblici, una notte in albergo a Roma con una donna, Letizia Marinelli, che è stata poi nominata, dalla sua stessa Giunta, consigliera di parità. Il suo vice, Alfredo Castiglione, ha pernottato a spese pubbliche, durante un fine settimana, in un hotel con centro benessere alla modica cifra di 515 euro. Non s’è dimesso il presidente del Consiglio regionale Nazario Pagano che, secondo i carabinieri di Pescara, durante le sue missioni istituzionali ha ospitato in albergo – a spese dei contribuenti – ben quattro donne tra i 35 e i 45 anni.

Ormai l’Abruzzo sembra una regione abituata a tutto: l’ex presidente Ottaviano Del Turco condannato a 9 anni e 8 mesi per corruzione, nell’inchiesta sulla sanità. Chi l’aveva preceduto alla guida della Regione, Giovanni Pace, condannato pochi mesi fa, in appello, sempre in un’inchiesta sulla Sanità, a due anni per concussione. E che dire di Luigi De Fanis, ex assessore alla cultura, del centrodestra, indagato per presunte mazzette, che aveva persino provato ad assumere la segretaria, con regolare contratto, per quattro prestazioni sessuali al mese. Almeno lui però, anche per via dei domiciliari, s’è dovuto dimettere. E a gennaio s’è dimesso anche il sindaco de L’Aquila Massimo Cialente, dopo le indagini sulle mazzette nella ricostruzione, per le quali non è mai stato indagato, ma era coinvolto il suo vice. Una scelta politica, la sua, durata il tempo d’una settimana: ha ritirato le dimissioni – per la seconda volta in pochi anni– ed è tornato a fare il primo cittadino.

Di certo non è indagato o imputato,come lo sono Chiodi e D’Alfonso, che si contenderanno la guida della Regione. Il primo portava in albergo l’amante a spese dei contribuenti, il secondo incassava viaggi e favori da un costruttore al quale, salvo poi revocarlo, era stato affidato un appalto in cui gareggiava da solo. Che siano reati o no, lo stabiliranno i tribunali, se sia un comportamento etico, invece, potrebbero giudicarlo gli elettori. Prima che qualcuno, quell’articolo 6 della Carta di Pisa, decida di depennarlo all’occorrenza.

Da Il Fatto Quotidiano dell’11 marzo 2014