Siena è in piena Sport Week: il Comune annuncia “una settimana di eventi per celebrare lo sport in tutte le sue forme: mostre, convegni, gare e lezioni dal vivo”. Ora, secondo voi, quali di queste iniziative sono ospitate nel grande ospedale medioevale del Santa Maria della Scala, di fronte al Duomo? Le mostre o i convegni? Manco per sogno, sarebbe troppo sensato: e lo choc del Monte dei Paschi di buon senso ne ha lasciato poco. No, nelle sale e nelle corsie medioevali del Santa Maria si balla la zumba. Avete capito bene: lezioni di pilates, stretching, power stretching, ginnastica posturale, yoga e anche power yoga. Nella sala vicina alla Cappella del Manto, sotto gli sguardi del San Vittore dello scultore Antonio Federighi e dell’ascetico San Pietro del Vecchietta, ecco lo step coreografico e la tonificazione, la zumba e il totalbody. Mentre nella quadreria della Sala San Pio – contenente i dipinti provenienti dai conventi e chiese degli ordini religiosi soppressi in epoca napoleonica e post-unitaria – si tengono lezioni di fitness funzionale con cross fit e difesa personale.

Sembra una scena de La Grande Bellezza, ma la degenerazione intellettuale del Paese supera ogni caricatura. La delibera della giunta (guidata dal sindaco renziano Bruno Valentini) che ha dato il via a questa meraviglia dice “che al fine di fronteggiare il consistente calo turistico dei mesi invernali, in parte fisiologico e in parte derivante dalla contingente crisi economica e il conseguente sottoutilizzo delle strutture ricettive (…) l’Amministrazione intende farsi promotrice (…) delle più ampie e variegate proposte di eventi”. E non c’è dubbio che la zumba in uno dei massimi monumenti del medioevo italiano sia un’idea abbastanza “variegata”. Ma davvero una città che si candida a Capitale europea della Cultura per il 2019 può presentarsi al mondo in un simile stato di prostrazione culturale?

E se il Comune piange, la Soprintendenza non ride. Com’è possibile che l’organo pubblico di tutela abbia consentito di sudare sotto gli affreschi, appoggiare le felpe sui piedistalli delle statue (le foto lo documentano), sdraiarsi sotto le pale d’altare? In un paese normale, il ministro dei Beni culturali prenderebbe il soprintendente per un orecchio e lo accompagnerebbe alla porta. E ci si chiede se si possa almeno confidare nella Procura della Repubblica di Siena, visto che l’articolo 170 del Codice dei Beni culturali stabilisce che “è punito con l’arresto da sei mesi a un anno e con l’ammenda da euro 775 a euro 38.734, 50 chiunque destina i beni culturali a uso incompatibile con il loro carattere storico o artistico, o pregiudizievole per la loro conservazione o integrità”. E se un luogo sacro – per l’arte, per le chiese che contiene e per la storia di dolore e di cultura che rappresenta – non è incompatibile con la zumba e con la musica latina a tutto volume, beh, ci si chiede con cosa mai possa non esserlo. Le idee sul futuro del Santa Maria sono assai confuse: una parte della maggioranza la vorrebbe trasformare in una bella fondazione aperta ai privati (e se il Comune ci mette il totalbody, non oso immaginare che farebbe una simile entità), un’altra la vorrebbe dare direttamente a Civita (che gestisce già il Duomo e i Musei civici), un’altra ancora pensa di offrire le chiavi a Oscar Farinetti, e trasformare il tutto in un grande Eataly.

Da decenni, invece, la parte migliore della città spera di trasformare la Scala nel Museo di Siena per eccellenza, portandoci la Pinacoteca Nazionale (e il sindaco ha già detto che su questo è d’accordo) e altri musei, ma anche il dipartimento di storia dell’arte dell’Università insieme a varie biblioteche, da unire a quella di uno dei più importanti storici dell’arte italiani, Giuliano Briganti. Un progetto che non esclude certo spazi espositivi, una vera libreria, ristoranti. Vogliamo essere ancora più coraggiosi? Nel quadro di una convenzione con l’università (prevista dal Codice dei beni culturali), si dovrebbe affidare la valorizzazione di tutto il complesso ad una cooperativa di giovani archeologi e storici dell’arte senesi, come avviene con successo, per esempio, in Molise. Sarebbe un modo per riavviare il circuito virtuoso tra ricerca, educazione, lavoro e patrimonio culturale. E per dimenticare Santa Maria della Zumba.

da Il Fatto Quotidiano del 6 marzo 2014