La legge elettorale è “irreversibile. Ce la facciamo, la portiamo a casa. E sarà una vera rivoluzione” aveva detto il presidente del Consiglio Matteo Renzi. Con il senno di poi – ma anche con il senno di ieri – quella frase risuona un po’ come “comunque vada sarà un successo”. La legge elettorale non è ancora arrivata alla Camera, rallentata da compra baratta e vendi su diversi aspetti. Alla fine a sciogliere i nodi riesce solo un vertice a Palazzo Grazioli convocato da Silvio Berlusconi, ancora una volta – da condannato, pregiudicato e decaduto – croupier al tavolo delle riforme, compresa quella elettorale. Forza Italia, dunque, dà l’ok all’emendamento di Alfredo D’Attorre (bersaniano del Pd) che propone di far valere l’Italicum solo per la Camera, come se Palazzo Madama fosse già abolito. Tutto questo, per inciso, mentre non esiste ancora neanche un testo per le riforme istituzionali (abolizione del Senato e Titolo V) sul quale far partire il dibattito in Parlamento. “Il fatto che il Senato abbia o meno una propria legge elettorale è secondario, perché il Senato verrà abolito” garantisce Renzi. Ma se per ipotesi la legislatura finisse prima dell’approvazione della trasformazione del Senato in Camera delle autonomie si avrebbero una legge elettorale diversa per ciascuna Camera e quindi composizioni del tutto differenti. Nella sostanza a Montecitorio ci sarebbe una maggioranza chiara e al Senato no perché varrebbe il proporzionale puro e quindi si avrebbero verosimilmente le “tre minoranze” che si hanno oggi.

Il portavoce della segreteria del Pd esulta: “Positivo che abbiamo trovato l’accordo sulla legge elettorale, segno che il cammino delle riforme può proseguire”. L’Aula della Camera, che doveva cominciare l’esame degli emendamenti alla legge elettorale, non è ancora ripresa e non riprenderà fino a domani (5 marzo) perché il Comitato dei Nove ha chiesto ulteriore tempo per esprimere il parere sulle proposte di modifica. Secondo Emanuele Fiano (Pd) ormai il più è fatto: “Questa settimana sono certo che la Camera concluderà il voto sulla legge elettorale e produrrà il primo significativo passo avanti nella stagione delle riforme che il Paese ci chiede”. “Non capisco le polemiche di oggi – aggiunge Renzi – vediamo se entro venerdì ci sarà legge elettorale, spero che in Parlamento non ci siano ulteriori dilazioni e si approvi la riforma”.

Berlusconi: “Disappunto, Renzi non garantisce il sostegno della sua maggioranza”
Ma la situazione di pantano in cui è finita la legge elettorale – sempre con la premessa che si è tornati a parlarne dopo 8 anni – dà così l’opportunità a Berlusconi di ridimensionare il dizionario di Renzi. Altro che rivoluzione. “Prendiamo atto con grave disappunto della difficoltà del Presidente del Consiglio di garantire il sostegno della sua maggioranza agli accordi pubblicamente realizzati – dice il Cavaliere – Come ulteriore atto di collaborazione, nell’interesse del Paese, a un percorso riformatore verso un limpido bipolarismo e un ammodernamento dell’assetto istituzionale, manifestiamo la nostra disponibilità ad una soluzione ragionevole che, nel disegnare la nuova legge elettorale, ne limiti l’efficacia alla sola Camera dei Deputati, accettando lo spirito dell’emendamento 2.3″. Insomma, i berlusconiani fanno quelli che sono arrivati al limite della pazienza: “Ok a questa modifica – dice Altero Matteoli al termine del vertice a Palazzo Grazioli – a patto che con questo si chiuda e che soprattutto ci sia l’impegno a fare la riforma del Senato in brevissimo tempo”. 

Speranza: “E’ il passo decisivo”
Roberto Speranza
, capogruppo del Pd alla Camera, tenta una risposta: “Ci sono punti ancora aperti ma nessuno si può consentire di far saltare il banco. Con l’arrivo della legge elettorale in Aula e dopo l’assunzione di responsabilità con la guida del governo da parte del segretario del Pd, siamo a un passaggio decisivo per la legislatura. L’Italicum “funziona con un sistema monocamerale e ha senso solo come primo passo per le riforme. Occorre legare la legge elettorale con le altre riforme, non ci serve una legge per andare a votare tra tre mesi perché sarebbe un segnale di resa della politica”. Per Speranza lo stralcio dell’articolo 2 (cioè quello riguardante il sistema elettorale per la composizione del Senato) è il “passo decisivo”. In realtà alla fine l’Assemblea Pd ha votato a maggioranza il ritiro di tutti gli emendamenti alla legge elettorale extra accordo tra Pd, Ncd e Forza Italia.

Boccia: “Il rischio è di un nuovo pasticcio”
Ma i malumori dentro al Pd restano. Francesco Boccia dice: “La nuova formulazione dell’Italicum, cioè la sua applicazione solo alla Camera, non garantisce che le riforme costituzionali siano portate a buon fine né che ci siano urne anticipate, magari per una causa indipendente dalla volontà del Pd”. Insomma: è “un nuovo pasticcio“. “Durante la riunione del gruppo – ha detto Boccia all’Ansa – ho chiesto al capogruppo e al partito una risposta ufficiale alla mia domanda, e cioè se questa legge è applicabile se si andasse a voto anticipato per una causa indipendente dalla volontà del Pd; la risposta è stata un sì”. Durante l’Assemblea del gruppo quasi tutti i deputati hanno chiesto modifiche con l’introduzione delle preferenze, la parità di genere e una soglia di sbarramento più bassa; lo ha chiesto anche l’ex segretario Guglielmo Epifani. Quindi o si migliora subito questa legge elettorale con l’introduzione del voto di preferenza, la parità di genere e una soglia di sbarramento più bassa, o verrà fuori un altro pasticcio”. “Non possiamo assumerci la responsabilità storica – ha chiuso Boccia – di sostituire il Porcellum con una legge pasticciata con gli stessi difetti”. 

Pippo Civati si appella al presidente della Repubblica Giorgio Napolitano: “E’ un sistema che non si è mai visto. Oltretutto non è né un superamento né una riflessione su ciò che la Consulta ha detto. Mai si è mai visto un sistema politico con due leggi diverse per ogni Camera”, si chiede Civati rilevando come questo sistema non intervenga “su rappresentanza e governabilità”.

Forza Italia: “No a modifiche unilaterali”
“No a modifiche unilaterali” aveva detto Francesco Paolo Sisto (Forza Italia), presidente della commissione Affari costituzionali e relatore della legge
. Alla proposta era contraria la minoranza del Pd, la proposta trova forti perplessità anche nel Nuovo Centrodestra. Situazione che ha costretto Silvio Berlusconi a convocare un vertice a Palazzo Grazioli con il suo uomo del dialogo Denis Verdini, il consigliere politico Giovanni Toti e i capigruppo Renato Brunetta e Paolo Romani. “Se saltasse l’accordo, allora tutto tornerebbe in discussione e anche la nostra linea muterebbe repentinamente – aveva detto a RepubblicaToti – La riforma va approvata senza tentennamenti”. Il tentativo è trovare un’intesa per portare in Aula la legge in serata. Anche per questo è stata di nuovo rinviata l’assemblea dei deputati del Pd che avrebbe dovuto tenersi ieri. La delusione così traspare dalle parole del vicepresidente della Camera e simbolo “anti Porcellum” Roberto Giachetti (renziano): “Riforma solo per Camera non ha senso. Spero Matteo Renzi non molli. I frenatori sempre al lavoro temo che oggi non faremo un solo voto” scrive su Twitter.

Ogni giorno un lodo diverso. Oggi quello di Pisicchio
Tre sono le proposte sul tavolo: l’emendamento Lauricella (che vincola l’entrata in vigore della riforma dopo l’abolizione del Senato), l’emendamento D’Attorre (che fa valere l’Italicum solo per la Camera, come se Palazzo Madama fosse già abolito) e il cosiddetto “lodo Pisicchio” che posticipa di 12 mesi la validità della riforma approvata dal Parlamento. Quest’ultima proposta – riferiscono fonti di Forza Italia all’agenzia politica Public Policy – è quella che più verosimilmente potrebbe essere accettata da Silvio Berlusconi”. L’ottimismo di Renzi cozza quindi con la nascita di un lodo al giorno. Ieri erano quelli di Giuseppe Lauricella e di Alfredo D’Attorre (entrambi bersaniani del Pd) oggi ad “animare” la giornata era stato il lodo Pisicchio. Pino Pisicchio è il capogruppo del Centro Democratico di Bruno Tabacci e proponeva appunto di posticipare di 12 mesi l’entrata in vigore della legge elettorale. “Sembra più un’ipotesi per consentire a qualcuno di risolvere i propri problemi personali – replica lo stesso D’Attorre – Legata ai progetti politici di Berlusconi. E se dopo i 12 mesi la riforma (del Senato, ndr) non si è fatta, che succede?”. Pisicchio si difende: “Il mio ‘lodo’ un favore a Silvio Berlusconi? No, è una cosa che ci viene dall’Europa. Ho fatto una proposta costruita all’interno del codice di comportamento elettorale del Consiglio d’Europa, secondo il quale non si può andare a votare subito dopo la riforma della legge, devono passare 12 mesi”. 

Salta il Salva Lega
Nel frattempo la novità di oggi è che è saltata la norma Salva Lega: una quota “speciale” per i partiti regionali che raccolgono percentuali consistenti a livello locale, ma potrebbero non superare la soglia del 4,5% (necessaria per l’ingresso in Parlamento). Un’aggiunta che Forza Italia aveva messo tra le proprie richieste dopo il pressing di Umberto Bossi. Ma le numerose dichiarazioni del segretario Matteo Salvini del tipo “Non abbiamo bisogno di aiuti” ha indispettito Berlusconi che quindi sul punto ha mollato il colpo. Tra l’altro questo fa gioco soprattutto a lui: come detto in più occasioni, con questa legge elettorale, i seggi conquistati dalla coalizione che vince vengono distribuiti solo da coloro che superano la soglia di sbarramento. Per ipotesi – l’esempio è stato fatto più volte da questo giornale – se il centrodestra vincesse le elezioni (al primo turno o al ballottaggio poco importa) ma solo Forza Italia superasse il 4,5% tutta la maggioranza sarebbe composta solo da deputati berlusconiani.

Referendum iscritti M5s: vince la soglia di sbarramento al 5%
Nel frattempo il blog di Beppe Grillo ha indetto la consultazione degli iscritti del Movimento Cinque Stelle sulle soglie di sbarramento: si doveva decidere se la clausola limitativa fissa, già votata nella consultazione della scorsa settimana, deve essere il 3%, il 4% o il 5% a livello nazionale. Hanno votato per una percentuale del 5% in 17.488, del 3% in 6.761 e del 4% in 5.418. I votanti in tutto sono stati 29.667. Si tratta del settimo “referendum” dopo la scelta del proporzionale, del collegio intermedio, dell’applicazione di correzioni al proporzionale, della scelta di tali correzioni e di quella di inserire una soglia di sbarramento.