La mia impressione, da persona con un minimo di dimestichezza con il mondo degli affari, è che ciascuna compagine politico-burocratico-affaristica con le mani “pro-tempore” sulle leve dell’amministrazione regionale siciliana, abbia scelto un proprio campo d’azione per mettere finanziariamente al sicuro se stessa assieme a figli e nipoti. Si pensi alla spesa sanitaria, alle operazioni di mercato dei capitali della Regione Siciliana, alla costruzione dei termovalorizzatori, alla valorizzazione del patrimonio immobiliare, ecc. Tutte operazioni sfiorate con ritardo e incredibile incapacità di comprensione dei meccanismi, sia dalle inchieste della magistratura contabile e penale che da quelle giornalistiche, con lo sconfortante risultato di assicurare impunità e di sprecare irrimediabilmente tanti soldi dei contribuenti a vantaggio di pochi spregiudicati. E, per dirla tutta, queste compagini non esitano a nascondersi neanche dietro i valori più sacri, quali quelli della lotta alla mafia o per la legalità: solo in Sicilia mi è capitato infatti di sentir parlare di “cordata di imprenditori anti racket”, conoscendone solo del settore o non, di capaci o incapaci.

Se avessi le prove, la mia civile denuncia non sarebbe stata certo indirizzata in questi anni a blog e non sarebbe contro ignoti, ma non sono pagato per fare il mestiere di altri e, soprattutto, non ho a disposizione gli strumenti di indagine cui altre professionalità hanno accesso. Alcuni interrogativi, comunque, rimangono nella legittima opera di vigilanza della pubblica opinione cui mi rivolgo ricordando alcuni fatti che ci riguardano tutti, sia come cittadini che contribuenti.

Nell’agosto del 2005 la Regione Siciliana, con il nobile intento di valorizzare il proprio patrimonio immobiliare, lancia un bando per selezionare un socio privato individuato con una inusuale procedura. Nasce così la SPI-Sicilia Patrimonio Immobiliare SpA con la Regione al 75% e il socio privato, rappresentato fondamentalmente da Ezio Bigotti da Pinerolo, al 25%, preferito ad una cordata di blasonati colossi del settore. Compito del socio privato è quello di censire, valutare e predisporre progetti di valorizzazione del patrimonio immobiliare. E mentre il socio privato vara il primo dei tre fondi immobiliari ipotizzati e fa il censimento, la Regione apposta tra le sue entrate, per anni, centinaia di milioni di proventi che non saranno mai realizzati (potenzialmente capaci di rendere “falsi” i suoi bilanci?).

Nel primo fondo immobiliare, gestito da Pirelli RE (oggi Prelios), confluiscono incautamente i gioielli del patrimonio pubblico regionale: i centralissimi palazzi residenziali adibiti ad uffici degli assessorati ed enti regionali nel centro di Palermo e Catania. La Regione, in parte, li apporta in cambio delle quote del fondo (35%) e in parte li vende al fondo stesso che utilizza a tal scopo la massima possibilità di indebitamento prevista dalla legge, il 60% del patrimonio. E poiché la Regione continua a detenere il possesso degli uffici a fronte di un canone pari all’7,95% del loro valore, pari a 21 milioni circa, l’indebitamento del fondo viene pagato con i soldi della Regione che si fa carico, peraltro, dei costi di manutenzione.

Al lancio del primo fondo, seguono aste andate deserte per gli altri due previsti che avevano ad oggetto terreni e altri fabbricati meno appetibili: sarebbe stato più saggio creare un mix di beni senza privarsi sin da subito dei più remunerativi. Il fondo ha una durata di 15 anni e alla fine andrà liquidato a prezzi di mercato: la Regione avrà i soldi per esercitare la prelazione, continuerà a pagare un affitto così generoso, sarà sfrattata?

Un’indagine della Corte dei Conti denuncia che il fondo immobiliare regionale si è rivelato una forma mascherata – e un po’ maldestra – di indebitamento per finanziare spese correnti (es. deficit sanità) aggirando il divieto di legge. Indebitamento per indebitamento, sarebbe stato più intelligente emettere obbligazioni al 7,95% presso i risparmiatori, garantite magari da questo patrimonio: chi avrebbe detto di no? Oppure fare un lease back come in altre Regioni (es. Lazio). Oppure, vendita per vendita, si potevano vendere gli immobili a reddito ad un fondo immobiliare di terzi.

Ma tutto questo è quasi irrilevante a confronto dell’operazione del censimento. Proprio ieri si è avuta notizia dell’esito di un arbitrato a favore del socio privato che pretendeva altri 60 milioni, oltre agli 80 già versati dalla Regione: dovrà accontentarsi di 12 milioni. Ma la domanda giusta da porsi non era forse: quanto ha pagato la Repubblica Italiana per censire il suo patrimonio nell’operazione di valorizzazione, Fip, cui è ispirata quella siciliana? Se vi dicessi che il censimento è costato 2 milioni scarsi, come la prendereste?

Sprechi, privilegi e abusi vari, in Italia come in Sicilia, non vengono mai conseguiti a mano armata, ma costituiscono, confortate anche dalla giurisprudenza, “rapine” a rigore di legge, ovvero di contratti che hanno pur sempre forza di legge tra le parti. Per questo l’uomo d’affari ha bisogno del legislatore, dell’amministratore e del burocrate, oltre che dei migliori liberi professionisti sulla piazza, così come questi ultimi del primo, mentre la stampa intrattiene l’opinione pubblica con ben altro. Scrivevo già nel 2008: se qualcuno ha impoverito, per dolo o per stupidità, il patrimonio dei siciliani, è giusto che ora paghi con il proprio!