C’è una presenza muta al convegno nella sala del Grechetto di palazzo Sormani, a Milano, su “La tutela del minore in ambito protetto”. Una presenza invisibile e dolorosa. E’ quella di un bambino ucciso a coltellate dal padre nei locali della Asl di San Donato Milanese, durante un incontro cosiddetto protetto, cui la madre aveva cercato di opporsi dopo le ripetute denunce per violenza e minacce nei confronti dell’ex compagno. Quel bambino si chiamava Federico Barakat, aveva 8 anni. E’ l’unico caso, in Italia e in Europa, di minore ucciso in ambito “protetto”.

Il convegno è dedicato alla sua memoria ed è stato voluto dalla madre Antonella Penati, responsabile per la Lombardia del Movimento per l’infanzia e promotrice di una Onlus per la tutela dei minori che porta il nome del piccolo. Tra i relatori, avvocati, giudici, psichiatri forensi, psicologi clinici. Insieme per chiedere un maggiore coordinamento tra gli attori – i professionisti preposti alla tutela dei minori – di un sistema che nel nostro Paese sembra agire secondo protocolli rigidi, trascurando il dialogo e dimenticando che dietro ogni “caso” si cela una storia a sé, con il suo vissuto e la sua drammaticità. “Non si tratta di una crociata nei confronti dei servizi sociali”, precisa Penati. “Ma di un’occasione per riflettere su una struttura che troppo spesso prende decisioni in modo superficiale; incapace di ascoltare le persone che pretende di aiutare”.

La riprova, commenta Dario Fo intervenuto in apertura del convegno, è che a fronte delle ripetute denunce per violenza nei confronti del papà del bambino, Antonella Penati era stata definita “un po’ isterica”. “Federico è morto il 25 febbraio 2009, poche settimane dopo l’approvazione della legge anti stalking, per colpa della spocchia delle istituzioni”, sottolinea il premio Nobel, ricordando che Franca Rame, negli ultimi anni di vita, aveva preso a cuore la storia di Antonella. E che nessuno degli educatori che avevano in custodia Federico è stato rimosso dall’incarico, tranne la responsabile del presidio (peraltro assente al momento dell’omicidio).

Negligenza da una parte, eccesso di zelo dall’altra. Perché accanto a vicende come quella di Federico ci sono casi di bambini allontanati dalle famiglie d’origine e affidati a comunità di accoglienza in modo del tutto arbitrario, senza verifiche, né confronti incrociati né colloqui approfonditi. “I minori vengono trattati come fascicoli e non come soggetti dai diritti inalienabili”, spiega l’avvocato Federico Sinicato (storico avvocato di parte civile dei familiari delle vittime della strage di piazza Fontana). “Quando si decide di sottrarre un bambino alla famiglia e affidarlo a una comunità, dovrebbero essere ascoltate tutte le istituzioni sul territorio che ruotano attorno al minore, dal pediatra di base alle maestre, dai genitori alle forze dell’ordine se ci sono delle denunce. Invece i servizi pretendono di agire in totale autonomia, alzando un muro invalicabile anche per noi legali”.

“La minaccia latente è il ricorso al tribunale: o fai come diciamo noi o ti togliamo la patria potestà”, denuncia Francesco Morcavallo, giudice minorile e avvocato, che ha smesso la toga di magistrato per occuparsi a tempo pieno del tema. “Così l’istituzione a cui dovremmo chiedere aiuto si trasforma in un aguzzino”. Per molte famiglie significa precipitare in un buco nero. In cui dei bambini non si sa niente. Minori prelevati e trasferiti in comunità senza che i genitori vengano informati; condanne emesse senza che vi siano le sentenze; perizie svolte a livello amatoriale o “addomesticate”; diagnosi prive di fondamento.

“Decisioni che spesso nascondono un grande business”, sostiene l’avvocato Cristina Franceschini, fondatrice della Onlus Finalmente Liberi, nata in principio come commissione d’inchiesta in seno a Federcontribuenti. “La retta media per ogni minore in comunità oscilla dai 200 agli oltre 400 euro al giorno”, spiega. “Ovvero 3-6000 euro al mese”. Gli ultimi dati sui minori in comunità risalgono al 2010 e parlano di 30mila bambini affidati a strutture protette. “Il nostro obiettivo è costituire un organo di controllo sulle case-famiglia in sinergia con le amministrazioni locali”, aggiunge Franceschini. “Una sorta di osservatorio che riveli il numero reale dei minori allontanati dalle famiglie; per quali motivi; le condizioni dei genitori; se è previsto un progetto o un percorso di reinserimento e di che tipo”.

Ed evitare, sul fronte opposto, che altri bambini siano vittime di un destino atroce come quello di Federico. “Solo il desiderio di giustizia mi aiuta a sopravvivere, la speranza che a nessun altro bambino capiti ciò che è successo al mio”, conclude Antonella Penati. “Per il resto, sono già morta”.