Può il presidente di una società di calcio fare affari con le scommesse sportive? La legge recita: “A dirigenti, soci e tesserati è fatto divieto di effettuare, accettare o agevolare scommesse con atti funzionali alla effettuazione delle stesse”. Gli esperti di diritto sportivo però sono “possibilisti” e parlano di vuoto normativo perché i regolamenti federali non lo vietano espressamente. In ogni caso, quando si tratta di business l’opportunità morale, specie in Italia, diventa semplice noia a cui dar peso relativo.

Prima del 27 gennaio scorso, tuttavia, il problema non si era mai posto. Poi è accaduto qualcosa: Rcs ha messo il tassello chiave che le mancava per rendere concreto e reale quello che fino a pochi giorni prima era solo uno dei tanti nuovi progetti allo studio dell’ad Pietro Scott Jovane, cioè l’avvio di un’attività di scommesse sportive a marchio Gazzabet da affiancare alla Gazzetta dello Sport. Alla fine del mese scorso, infatti, l’editrice del quotidiano sportivo e del Corriere della Sera si è comprata per 293mila euro la concessione statale per l’attività di commercio di giochi online.

E così oggi, il presidente della Juventus, Andrea Agnelli e il suo azionista di maggioranza, nonché cugino John Elkann, il patron della Fiorentina Diego Della Valle, e quello del Torino, Urbano Cairo, si trovano tutti assieme tra i soci di un’azienda, la Rcs, che sta per inserire tra le sue attività commerciali anche i giochi e le scommesse. E non sono i soli. A voler essere puntigliosi, al novero dei proprietari di squadre di calcio legati al gruppo editoriale, bisognerebbe anche aggiungere Silvio Berlusconi e Massimo Moratti anche se lo sono in modo molto blando. Il primo grazie alla partecipazione di famiglia in Mediobanca che di Rcs è ancora azionista di rilievo, il secondo tramite il filo sottile che passa per Pirelli fino ad arrivare alle holding che stanno in testa alla società degli pneumatici. Ma si tratta di quote davvero infinitesimali. Lo stesso non si può dire del peso di Elkann, Della Valle e Cairo sulla casa editrice (e ormai anche di scommesse). Nel mezzo Agnelli, che è socio del primo azionista di Rcs, Fiat, tramite la cassaforte della famiglia torinese di cui ha però una partecipazione decisamente inferiore rispetto a quella del cugino, pur condividendo con lui i consigli di amministrazione delle società che legano la Giovanni Agnelli & C alla casa editrice di Corriere e Gazzetta.

Senza contare che a vendere la licenza per le scommesse a Rcs, come riferiva nei giorni scorsi il quotidiano finanziario Mf, è stata Neomobile Gaming, una società di giochi che tra i suoi azionisti conta anche il figlio di Umberto Agnelli. Anche qui tramite una complessa catena di società che arrivano fino alla holding personale del presidente della Juventus. A districare l’eventuale conflitto d’interesse nella compravendita ci sta già pensando un’insolitamente solerte Consob, mentre la società editrice rispedisce le accuse al mittente mandando a dire che “i diversi accordi commerciali e di carattere partecipativo recentemente conclusi nei settori e-commerce viaggi e gaming sono relativi a iniziative in start-up del gruppo RCS e prevedono peraltro impegni economici non significativi”.

Resta il fatto che ora Rcs è titolare di una concessione per le scommesse datata 2011 e in scadenza nel 2020. Per partire, quindi, mancano solo gli accessori. Che piaccia o meno ai giornalisti della rosea già protagonisti di una levata di scudi alla sola idea di una perdita d’indipendenza e di credibilità del giornale che ha dato il là a scioperi delle firme e, soprattutto, alla mancata uscita in edicola il giorno dell’inaugurazione dei Giochi di Sochi, tra veleni e polemiche.

E il quadro che si prefigura per il futuro è piuttosto ambiguo, perché il presidente della Juventus insieme a Della Valle, Cairo e Moratti, sarà proprietario di quote azionarie di una società che fa soldi con le puntate degli scommettitori sugli eventi sportivi. Quali? Anche sulle partite della Serie A – sono gli stessi giornalisti della Gazza a lamentarsene -, quindi anche delle gare di Juventus, Fiorentina, Inter, Milan e Torino. Un circolo vizioso. Legale o no?

In tal senso, l’unico ostacolo all’operazione potrebbe derivare da un’interpretazione letterale dell’articolo 6 comma 1 delle Norme di comportamento della Figc. Vale la pena riportare integralmente il dettato di legge: “Ai soggetti dell’ordinamento federale, ai dirigenti, ai soci e ai tesserati delle società appartenenti al settore professionistico è fatto divieto di effettuare o accettare scommesse, direttamente o per interposta persona, anche presso i soggetti autorizzati a riceverle, o di agevolare scommesse di altri con atti univocamente funzionali alla effettuazione delle stesse, che abbiano ad oggetto i risultati relativi ad incontri ufficiali organizzati nell’ambito della FIFA, della UEFA e della FIGC”.

La norma, quindi, non vieta espressamente a un presidente di un club di calcio di essere proprietario di quote di società di scommesse sportive. Al tempo stesso, però, il comma 1 dell’articolo 6 vieta a tutti i tesserati di “effettuare o accettare” puntate “direttamente o per interposta persona”. Agnelli e i suoi compagni di ventura in Rcs sono quindi fuori legge o, nel migliore dei casi, stanno approfittando di un vuoto normativo? Non la pensa così l’avvocato Cesare Di Cintio. “Al momento non esiste una legge che vieta il possesso di quote nelle società di betting e contemporaneamente di quote all’interno di società sportive – dice a il fattoquotidiano.it l’esperto di diritto dello sport – Non c’è un’incompatibilità di fondo, perché i bookmakers hanno interesse al corretto svolgimento delle gare, altrimenti ci perderebbe quattrini. Diverso, invece, il caso in cui due soggetti si accordano per alterare una partita e dopo vanno a scommeterci su”. Nulla di scandaloso, quindi. “Anzi – continua Di Cintio – potrebbe essere una cosa positiva, perché in tal modo le società avrebbero maggiore interesse affinché i match siano corretti e non combinati”. L’operazione per il legale non confligge con l’articolo 6 delle Norme di comportamento Figc. Il motivo? “Quella legge prevede il divieto per un tesserato, ma in questo caso si tratta di quote societarie e la società è una cosa differente dal singolo”.

Insomma, per l’avvocato si può fare. Ma è opportuno farlo? La vicenda sembra ripercorrere in qualche maniera la legge del 1957 sulla incandidabilità di chi è titolare di concessioni pubbliche. La Giunta per le elezioni del Parlamento, infatti, ha paradossalmente e più volte stabilito che non poteva essere parlamentare Fedele Confalonieri in quanto ai vertici operativi di Mediaset, permettendo al contrario la candidatura di Silvio Berlusconi poiché “solo” azionista di maggioranza della stessa azienda. A prescindere dai paragoni con la politica, nel caso di Gazzabet non si può non “ammirare” il carattere uno e trino di Andrea Agnelli, al tempo stesso presidente della Juve, socio di Rcs (quindi anche del maggior quotidiano sportivo nazionale) tramite la cassaforte di famiglia e azionista della società che ha appena venduto la licenza per scommettere al gruppo di via Solferino. Uno che quando gioca non perde mai.