In un’aula del Tribunale di Manhattan si sta svolgendo in questi giorni un processo “piccolo” ma importante per il futuro delle libertà civili negli Stati Uniti. Il processo è quello contro Cecily McMillan, una 25enne arrestata durante una manifestazione di Occupy Wall Street il 17 marzo 2012. L’accusa è “assalto di secondo grado” a un poliziotto, ciò che potrebbe far finire la McMillan in prigione per sette anni. La ragazza respinge l’accusa e dice di essere stata picchiata e “aggredita sessualmente” dai poliziotti.  

La McMillan è uno degli oltre 700 manifestanti arrestati durante i giorni di Occupy Wall Street, un movimento iniziato nel settembre 2011 con l’obiettivo di denunciare gli abusi del capitalismo finanziario e ben presto allargatosi a buona parte degli Stati Uniti. Se controverso è il giudizio sui risultati politici della protesta (secondo alcuni non ha sortito grandi effetti; secondo altri ha creato il “clima” culturale per le vittorie elettorali di Elizabeth Warren e di Bill de Blasio), pare ormai certo che in quei giorni particolarmente violento e aggressivo fu il comportamento della polizia. 

Un rapporto della New York School of Law e della Fordham Law School ha evidenziato in modo straordinariamente dettagliato gli abusi di massa allora compiuti. Bastoni, spray urticanti, cavalli, botte e arresti furono comunemente utilizzati dal New York City Police Department (NYPD) per reprimere la protesta. Diversi rapporti di giornalisti indipendenti – tra questi David Graeber – e video girati durante gli sgomberi testimoniarono anche l’uso di tattiche di “aggressione sessuale” nei confronti delle donne manifestanti, spesso afferrate per i seni e così immobilizzate (una tattica utilizzata anche contro le ragazze di Tahrir Square al Cairo). 

Qualcosa di simile è successo – secondo la versione della difesa – la sera del 17 marzo 2012 quando Cecily McMillan fu arrestata. La ragazza racconta di essere stata aggredita alle spalle da diversi funzionari di polizia. Uno di essi, sempre secondo la McMillan, la afferrò per un seno, provocandone una reazione. Cecily alzò il gomito, colpendo il poliziotto in pieno viso. Sbattuta a terra, fu più volte colpita da calci e pugni, sino a svenire. Diversa la versione del NYPD, che nega i maltrattamenti e afferma che la McMillan resistette all’arresto, colpendo in faccia un funzionario. L’accusa mette anche in dubbio la serietà delle violenze testimoniate dalla McMillan (e sostenute da testimoni oculari e da un rapporto medico), aggiungendo che quella notte non ci fu alcun abuso o attacco premeditato da parte della polizia. 

“È una reazione normale, da parte di una donna, alzare il gomito quando sente il proprio seno afferrato da dietro”, ha più volte detto la McMillan, per spiegare il colpo inferto all’agente. La difesa, che parlerà il 19 febbraio, prevede anche di utilizzare le immagini di un’altra attivista, Anna Kathryn Sluka, sempre immobilizzata per i seni; oltre al fatto che la sera del 17 marzo 2012 ben 72 manifestanti vennero arrestati – e molti tra questi dovettero ricorrere alle cure mediche. Un altro argomento utilizzato dalla difesa sarà, con ogni probabilità, la serie di incidenti, abusi, accuse di violenza mosse al New York Police Department durante gli anni dello “stop and frisk”, la tattica che ha portato a fermi, arresti e pestaggi soprattutto di neri e ispanici sospettati di reati.  

Il verdetto avrà ovviamente conseguenze importanti sulla battaglia che il nuovo sindaco di New York, Bill de Blasio, sta conducendo per ovviare ai metodi troppo brutali della sua polizia. Ma l’esito del processo si rifletterà con ogni probabilità anche sui modi in cui politica e polizie gestiranno negli Stati Uniti future proteste. Già due episodi, nei giorni scorsi, sembrano andare nella direzione della difesa del diritto di espressione. Una giuria di Chicago ha assolto tre ragazzi dall’accusa di terrorismo. I tre, ha sentenziato la corte, furono vittime di un complotto e vennero spinti da infiltrati della polizia a fabbricare molotov in occasione del summit Nato 2012. A Releigh, in North Carolina, migliaia di persone (secondo i testimoni, non se ne vedevano così tante in piazza dai tempi del movimento per i diritti civili) degli anni Sessanta hanno organizzato l’8 febbraio una marcia e protestato contro le politiche di repressione dei diritti economici, sociali e civili – tra cui gli arresti indiscriminati di attivisti – ordinati dal governatore dello Stato.