Quando nella primavera del 2012 seguivo alla radio greca ERT (quella che la troika ha chiuso) gli exit poll per le elezioni che si erano tenute in quelle ore drammatiche, per la Grecia e l’intera eurozona, nell’aria c’era un forte profumo di gelsomino. Mi trovavo nella Piana delle Termopili e una ventata di aria fresca spirava ogni qual volta un ragazzo pallido, ma con la faccia comune e pulita, teneva i suoi comizi: dal Peloponneso alla Calcidica, passando dalle infuocate piazze di Atene, che di lì a pochi mesi avrebbero visto persino il grande compositore Mikis Teodorakis impegnato nel lancio di yogurt contro il Parlamento piegato alla troika.

Alexis Tsipras, che l’Italia ha favorevolmente scoperto da qualche mese, la sua rivoluzione già l’ha fatta due anni fa, patendo dal 3% di consensi e arrivando a far tremare lo storico partito socialista del Pasok, giunto oggi al minimo di tutti i tempi: 6%. Chissà cosa direbbe il vecchio Andreas Papandreou senior, padre-padrone della Grecia per quattro lustri, equilibrista al di qua e di là degli oceani, e compagno di partito di Kostas Simitis, il professore che ha traghettato la Grecia dalla dracma all’euro, con i risultati che sappiamo. E contando, in quel pool di super esperti, anche sulla preziosa collaborazione dell’allora giovanissimo Ioannis Stournaras, nel frattempo diventato ministro dell’Economia sotto la troika che governa oggi Atene e in procinto di occupare la poltrona più alta della Banca di Grecia.

I detrattori dell’operazione Tsipras asseriscono che comunque in quel caos che è oggi l’Ellade qualsiasi agitatore di piazza avrebbe avuto il proprio palco, ben illuminato di luci e di flash. Errore. Perché anche altri, con mezzi differenti e poco democratici, hanno tentato la strada del populismo pubblicitario, con un epilogo differente. Nessuno sa al momento quante reali chanches ha Tsipras di vincere la sua corsa “euro mediterranea” di maggio, né si può scommettere una dracma (sì, in questo caso meglio il vecchio conio del classico cents. di euro) su come finirà la nuova battaglia delle Termopili 2.0 che la Grecia tutta sta combattendo: da sola, senza armi e scudi, fronteggiando il nuovo esercito di Serse che prende il nome di troika. Una cosa però è acclarata: i cittadini europei, anche quelli di serie A che risiedono sopra le Alpi, stanno iniziando a preoccuparsi e a riflettere in quale diavolo di girone infernale siano finiti. Anche chi presta denaro è dubbioso sulla capacità di averlo indietro. Era questa la casa comune continentale immaginata da Spinelli, Adenauer, De Gasperi? No, tutt’altra.

Come ha scritto Jean Starobinski, critici sono quei giorni in cui una patologia evolve verso la guarigione o la degenerazione. La Grecia è idratata e alimentata forzatamente da Bruxelles e Berlino, nonostante sia un vegetale, condannata a pagare in eterno un debito che tutti sanno non sarà in grado di onorare. E’come se, tornando al 480 aC, Serse non solo avesse vinto facilmente contro Leonida, ma poi fosse passato indenne a Salamina e Platea, condannando Ellade ed Europa ad un giogo millenario. Alla fine della fiera forse non ci avrebbe poi guadagnato granché.

La luce in fondo al tunnel? Al netto di nomi e sigle, un concetto: urge un rinascimento euro mediterraneo che parta dalle intellighenzie, che si sviluppi attraversi i canali civici e culturali, e prenda il bastone di comando strappandolo con vigore a chi sta affossando carni e volti. Anziché maledire il buio, recita un detto cinese, accendere una candela. La prima fiammella l’ha piazzata un ragazzo nato ad Atene il 28 luglio di un caldissimo 1974. Il tempo dirà se resisterà alle folate di vento teutonico.

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