Perché le Nazioni declinano? In un bel libro recentemente uscito per Il Saggiatore Acemoglu e Robinson dimostrano che  all’origine vi sono sempre istituzioni poco ‘inclusive’. Lo sostengo almeno dal 2007.

L’obiettivo N.1 dei politici è la conquista e la conservazione del potere. Dove la rappresentanza funziona, tutto dipende dal popolo; perciò avranno ogni incentivo a perseguire l’interesse generale. Dove la rappresentanza funziona poco e male gli interessi decisivi per la conquista del potere si restringono: la classe politica promuove interessi più ristretti, particolari, e l’arricchimento dei clientes. Come? Il modo più veloce ed efficace non è lo sviluppo economico, bensì redistribuire i redditi e le ricchezze esistenti… a scapito dei più.

In alcuni casi, è a livello macro che s’impongono politiche contrarie all’interesse generale. Questa situazione sembra verificarsi oggi in Italia. La richiesta principale dell’elettorato nel febbraio 2013 – l’occupazione, la crescita – non è la priorità dell’élite. Prevale un’altra volontà, quella dell’Europa neoliberista. Dietro alla quale ci sono non tanto differenze di opinioni fra economisti sul modo migliore per raggiungere obiettivi condivisi, bensì altri obiettivi, che Mario Monti riassumeva con l’espressione ‘crescita del PIL potenziale’. Nel linguaggio degli economisti, ciò indica non il pieno utilizzo delle ‘risorse’ produttive, bensì il miglioramento della produttività di quelli che un lavoro ce l’hanno; ovvero, l’ampliamento della capacità produttiva del paese, a prescindere dal fatto se essa viene utilizzata o meno. Da qui l’accento sulle riforme strutturali. Il problema è che la capacità produttiva, se è inutilizzata, non regge a lungo: se alla recessione non segue una ripresa rapida e forte, i capannoni cadono in disuso, il know-how, il credito, si restringono, i giovani se ne vanno, i debiti crescono… e il paese muore soffocato.

Ora sappiamo che la ripresa ‘forte e rapida’ non c’è stata e non ci sarà: secondo la BCE, fra due anni la disoccupazione Europea sarà grosso modo sui livelli attuali (e finora ha sempre peccato di ottimismo). Il film ‘Smetto quando voglio’ racconta con divertente, drammatica ironia il punto di vista dei nostri giovani, costretti chi ad emigrare nei posti più strani, chi a vivere di espedienti e, privo di speranza, incattivirsi.  Il PIL ‘potenziale’ – lungi dal ‘crescere’ – è crollato del 5% circa (lo dice la Commissione Europea).

Quando una politica fallisce, le nazioni che non declinano sono in grado di cambiare strada (e classe dirigente). Ma non a caso. Nel 2008 il crollo di Lehman rivelò la gravità del fallimento delle politiche di Bush e Greenspan: l’America si affidò ad un progetto alternativo credibile, chiaro e dettagliato, di un tal Obama. Il quale a sua volta nel 2012 è stato sottoposto a un severo scrutinio dagli elettori: le esitazioni del 2010-11 stavano per costargli care. Ma le sue politiche moderatamente keynesiane (deficit pubblico sopra al 10% del PIL nel 2009 e 2010) mostrano risultati: a fine anno il PIL supererà del 10% quello del 2008, il deficit sarà al 3%, la disoccupazione al 6,5%.

Perché invece in Italia/Europa le politiche macroeconomiche non cambiano? Perché le finalità, le priorità politiche, per quanto impopolari, non cambiano. Dietro all’obiettivo della crescita del ‘PIL potenziale’ c’è un progetto – nel migliore dei casi, paternalistico, di alcune élite minoritarie – di trasformazione radicale delle nostre società: meno Stato (privatizzazioni), meno welfare (tagli alla sanità), meno tutele (nuove liberalizzazioni del mercato del lavoro), meno democrazia (Fiscal Compact), più Europa (‘l’Euro ce l’impone’). Il progetto si può condividere o meno (sicuramente conviene più alle élite auto-tutelate, che a tutti gli altri); ma viene promosso non grazie al consenso bensì attraverso il ricatto (della BCE sugli spread), l’uso strumentale dell’urgenza (siamo sull’orlo dell’abisso, bisogna fare un passo avanti…, presto, presto…), dell’Europa (‘ce lo impone l’Europa’), le ‘Leggi Porcellum’, innestate sulla flagrante violazione dell’Art.49 Cost. (democrazia nei partiti), le altissime barriere all’ingresso in politica. È consentito risolvere la crisi occupazionale e del PIL reale? Sì, ma solo attraverso una trasformazione ‘strutturale’ (in senso liberista) della società; le soluzioni facili, veloci (come le politiche di domanda, o un tasso d’inflazione un po’ più alto in Europa) non sono ammesse.

In altri casi, è a livello microeconomico che si fanno politiche ad particularem, contro l’interesse generale: le rendite oligopolistiche (autostrade) o improduttive (costi della politica), la politicizzazione delle carriere nella PA, sono solo alcuni ben noti esempi. Non si tratta di politiche solo parassitarie, ma anche distorsive: incentivano iniziative (improduttive) per assicurarsi queste rendite tramite legami politici o di altra natura che distruggono la selezione meritocratica. Tali distorsioni rallentano la produttività (essenziale per la crescita in piena occupazione). Il risultato è una società dove gli incarichi non sono distribuiti in base alle capacità, ai vantaggi comparati, dove insomma non ti lasciano fare quello che sai fare; una società depressa, poco innovativa, divisa fra privilegiati e outsiders, nemica dei giovani e dell’innovazione.

Se davvero alla radice dei nostri guai ci sono gli incentivi perversi di un sistema politico in larga misura sfuggito al controllo del corpo elettorale (ma ancora non completamente), dobbiamo chiederci quali riforme istituzionali possono aiutarci a cambiare strada, e quali invece aggraverebbero la situazione. Secondo Acemoglu e Robinson, tutte le riforme che creano istituzioni più ‘inclusive’, che allargano la rappresentanza, che aumentano il controllo della gran parte dei cittadini sull’operato dei politici, sono positive; e viceversa. Perciò la domanda è: le riforme istituzionali ed elettorali proposte da Renzi in che direzione spingono il sistema politico italiano? Cosa viene dopo? A quali politiche economiche preludono, e sono funzionali? Perché? Miglioreranno la situazione dell’Italia, o la aggraveranno?