Provenzano fece il carabiniere”. E’ il 16 agosto 2013 e Totò Riina, durante l’ora d’aria nel carcere milanese di Opera, parla dell’ex sodale in una delle tante chiacchierate con il boss pugliese Alberto Lorusso. “Mi dispiace, mi dispiace…prendere certi argomenti, cioè, questo Binnu Provenzano chi è che gli dice di non fare niente (…) tu collabori con questa gente…a fare il carabiniere pure… e non dici (…) perché devo fare questo? Qual è il motivo?”. I dialoghi intercettati dalle microspie della Dia sono stati deposti al processo sulla trattativa.

E così, con frasi sgangherate, U curtu tocca un tema affrontato anche dai magistrati di Palermo impegnati nel processo sulla trattativa Stato-mafia: i possibili contatti tra Bernando Provenzano, Vito Ciancimino e i carabinieri del Ros guidati dall’allora colonnello Mario Mori, che – secondo i pm – portarono alla cattura del padrino di Corleone.

Ma Riina si sofferma anche sulle precarie condizioni di salute del suo successore ai vertici di Cosa nostra: “Quello è un bambino che adesso si è ammalato..però…Binnu…non capisco…come lo hanno fottuto…disgraziati”. E tocca un tema sempre caro ai mafiosi, anche se sepolti al 41bis: “Lui i piccioli ce li ha. Tanto è vero che la moglie ce li ha conservati…ce li ha messi a guzzane (ce li ha sistemati a blocchi, ndr)”.

“Però io ce l’avevo detto – prosegue Riina – Binnu..usciamone…e lui mi ha detto: per ora sono messo, che so…ci sono cristiani…Che ti hanno detto le persone? Perfetto! Binnu…mischino mi è dispiaciuto, era una persona, era un grande uomo e un signore… Era serio”.

Mai il boss, che improvvisamente si è fatto loquace, ritorna sull’omicidio di Rocco Chinnici, ispiratore del pool antimafia ucciso con un’autobomba a Palermo nell’83. “Ammazzare…tutti ad ammazzare, vigliacchi che sono. Perché poi che succedeva, li cercavamo e gli sparavamo…. ed andavamo a finire nei palazzi…zu…zu..Ma che cosa fai? E saliva e scendeva…figlio di puttana”. “L’altro giorno c’era Caponnetto – dice qualche minuto più tardi Riina – che si dava pugni in testa…pugni in testa si dava. E’ finito tutto, è finito tutto… (furono queste le parole del magistrato rilasciate a un giornalista subito dopo l’attentato di via D’Amelio, ndr)”. “C’è chi è…il culo ve lo fa – prosegue -, minchia però lo ammettono, l’hanno ammesso che …sono tutti morti… ce ne andiamo, che cosa è successo? Un povero di montagna, un poveraccio contadino, un contadinotto del paesotto. Un poco di pazienza, dobbiamo combattere, ci dovete combattere. Il rospo ve lo dovete ingoiare, il rospo, vi dovete ingoiare il rospo prima”.