Italiani contro italiani, chi è meglio? Chi parte o chi resta? Insomma, lascia o raddoppia?

Questa mattina un amico romano che lavora a Bruxelles mi segnala, piuttosto piccato, il post di Matteo Cavezzali sugli italiani all’estero. Non ho il tempo di leggerlo subito, penso di farlo in serata. Dopo qualche ora vado sul Fatto.it e vedo la risposta di Andrea D’Addio e migliaia di commenti: mi rendo conto che è successo qualcosa.

Leggo il post di Matteo, divertente, in buona parte vero. Leggo la risposta di Andrea, altrettanto divertente e altrettanto vero. Insomma chi ha ragione? Scusate il cerchiobottismo, ma noi italiani siamo proprio così, emigranti e fanfaroni, casinisti e grandi lavoratori, mangioni e geniali.

Vivo e lavoro (tanto) a Bruxelles da cinque anni. Mi rivedo nell’italiano che sgobba e che deve farcela con le proprie forze descritto da Andrea, ma ho conosciuto anche italiani che, come dice Matteo, hanno portato all’estero il peggio dell’Italia, parlano sempre del sole che non c’è e di integrarsi veramente neanche a parlarne.

Penso che molto dipenda anche dalla destinazione: a Bruxelles, meta soprattutto di un certo tipo di professionalità (insomma persone molto molto in gamba come il sottoscritto), ci sono molti italiani che lavorano sodo e altamente formati; a Londra, invece, finisce un po’ di tutto, dai laureati alla London School of Economics a chi si vuole solo divertire e sballare (desideri per carità sacrosanti). Ma in fondo, poco importa.

Su una cosa Matteo ha proprio ragione: molti italiani l’umiltà non sanno proprio cosa sia. Per molti essere all’estero – che poi Europa non è estero – è questione di vanto e superiorità, e quando tornano a casa non perdono occasione di sbatterlo in faccia a chi, per scelta o circostanza, deve fare i conti con la realtà italiana di tutti i giorni. Ma attenzione: anche Andrea ha ragione quando dice che fuori Italia la vita non è facile: la famiglia è lontana, il bucato si fa da soli, e l’affitto a fine mese si paga di tasca propria. E poi è vietato fallire: se si torna in Italia bisogna farlo da vincitori, se no chi li sente gli amici? Insomma, a mio modesto parere, fuori Italia si è costretti (forse) a maturare un po’ più velocemente.

Quello che mi auguro è che questo goliardico botta e risposta non si tramuti nell’ennesimo scontro tra bianchi e neri, guelfi e ghibellini, interisti e milanisti, berlusconiani e anti berlusconiani, insomma non finisca in uno sterile e litigioso manicheismo all’italiana. Chi è partito non è migliore o peggiore di chi è rimasto, ha solo fatto una scelta diversa, magari temporanea, dettata da determinate circostanze e con pro e contro. Se proprio vogliamo incazzarci con qualcuno facciamolo con i responsabili – nomi e cognomi – dell’attuale situazione italiana, economica e sociale, che ha spinto tanti giovani ad andarsene e costringe tanti altri a rimanere in condizioni precarie.

Permettetemi una piccola nota (di parte) su un aspetto fondamentale del vivere all’estero: la mentalità si apre di colpo. Si impara a vedere le cose con occhi diversi, a uscire da schemi interpretativi un po’ provinciali, a non dare nulla di quanto in Italia viene dato per scontato. Di colpo vizi e virtù italiani diventano più evidenti. E se a volte si da l’impressione di sentenziare sull’Italia è anche perché dall’esterno si ha un quadro più globale della situazione.

Per il resto, cari Matteo e Andrea, siete invitati entrambi a Bruxelles, bière et frites e la pace è fatta!

Twitter: @AlessioPisano 

www.alessiopisano.com