Auschwitz tabù. Nell’era dei confini abbattuti, resistono alcuni paradossi che suonano incredibili. Eppure. “Mi è bastato accennare al fatto che la protagonista del film è una giovane sopravvissuta di Auschwitz ed ecco che le porte delle sale cinematografiche si sono rinchiuse” spiega Roberto Faenza alla presentazione alla stampa della sua ultima fatica, Anita B., ispirato al romanzo autobiografico Quanta stella c’è nel cielo di Edith Bruck, anche co-sceneggiatrice della pellicola.

Il film, che uscirà per la piccola ma coraggiosa Good Films il 16 gennaio, conterà sulle 20 di copie sparse per la Penisola a cui si aggiungono le visioni per le scolaresche puntualmente organizzate da Faenza e la socia-compagna Elda Ferri titolare della casa di produzione Jean Vigo. Difficile calcolare fino a che punto la reticenza degli esercenti davanti ad Anita B. sia dovuta al timore che l’argomento Olocausto-lager possa (ancora!) spaventare o allontanare il pubblico: più semplice immaginare che i gravi problemi di mercato della cine-industria italiana tendano sempre più a scoraggiare i produttori e distributori indipendenti favorendo invece soggetti più consolidati. Non a caso la stessa Elda Ferri cavalca l’ipotesi plausibile e non certo nuova di una “violenza sui più deboli”.

Per Faenza, tuttavia, non ci sono dubbi sul fatto che l’Italia fluttui “ancora in un tranquillizzante oblio, una rimozione tale da impedirle di lavorare sulla memoria come dovrebbe, questo rispetto all’Olocausto ma anche ad altre stragi o fatti atroci. Colpevole a mio avviso – continua il regista torinese – è la televisione che è nemica della memoria. Prima di evitare il mio film a priori, gli esercenti dovrebbero vederlo: si renderebbero conto che si tratta di una storia sul “post” lager, e sostanzialmente di una storia d’amore, d’integrazione e di emancipazione al femminile”. Di fatto Anita B. equivale all’esistenza della scrittrice ungherese che nel volume fonte del film – “me ne ha consigliata la lettura Furio Colombo” chiosa Faenza – testimonia la sua esperienza da sopravvissuta in un territorio cecoslovacco ancora assai chiuso rispetto all’accoglienza degli ebrei. La giovanissima Anita (interpretata dall’inglese Eline Powell) ne passa di tutti i colori: salvata dalla Croce Rossa ad Auschwitz dove perde i genitori invece sterminati, viene accolta da una zia che la detesta e dal di lei cognato che le fa sognare l’amore e la mette incinta.

Senza entrare nei dettagli di un plot altrimenti rovinato, sarà proprio la gravidanza ad aprire ad Anita il miraggio di mondi possibili, sicuramente migliori. Nel cast anche l’artista cantore dell’ebraismo del centro/esteuropeo Moni Ovadia che “mi sono sentito nel mio stagno girando questo film, un’esperienza magnifica”. Uscendo nelle sale nel periodo della Memoria – anche se non esattamente nel giorno commemorativo – Anita B. ha avuto il privilegio di essere scelto dal museo Yad Vashem di Gerusalemme proprio per iniziare le celebrazioni del 27 gennaio. Il film sarà distribuito anche negli Stati Uniti ormai indefessi celebratori del neo Golden Globe La Grande Bellezza, mentre la produzione sta trattando per il resto del mondo.