Il nuovo anno si apre con nuove speranze e vecchie polemiche.

L’accelerazione di Matteo Renzi su una regolamentazione delle unioni civili tra persone dello stesso sesso, se di accelerazione si può parlare per indicare qualcosa che aspettiamo da almeno 20 anni, ha infatti scatenato le solite reazioni negative del Nuovo Centro Destra di Alfano, Formigoni & Co. Prima viene la famiglia“, dice Alfano. “Su gay e immigrati non si discute” altrimenti sarà la crisi, rincara Formigoni.

Nessuna persona di buon senso poteva né può nutrire la sana speranza che questi politici cattolici, sedicenti o effettivamente tali, da sempre chiusi ermeticamente dietro la cerniera dei “valori non negoziabili” o dei “temi eticamente sensibili“, dicessero qualcosa di diverso sulla questione delle convivenze tra persone dello stesso sesso.

Ma non riesco a non concordare con quanto scrive Stefano Rodotà in un suo libro di qualche anno fa, che guardare al mondo cattolico nel suo complesso, quindi anche a quella sua parte più invisa alla politica e alle gerarchie ecclesiastiche, sia “un modo per sottrarsi alla regressione sociale“. Regressione nella quale continuiamo a trovarci, in netto svantaggio rispetto alle altre democrazie mature, perché la nostra classe politica continua ad essere distaccata dalla realtà, cieca e sorda alle legittime richieste di uguaglianza provenienti dalla comunità gay, lesbica, bisessuale e transessuale italiana, e perché essa continua a preferire il compromesso per conservare o accumulare il potere sulla pelle di una minoranza.

Ci sono gruppi cattolici, anche espressi in associazioni che operano sul territorio, che hanno giustamente superato la concezione dell’omosessualità come contraria al disegno divino e quindi come peccato dal quale l’individuo può e anzi deve redimersi solo attraverso la castità. Non è bollando una relazione affettiva come “immorale” che si offre la soluzione della questione delle unioni omosessuali, che non è affatto etica ma deve essere politica. 

E infatti l’etica, tanto sbandierata da esponenti politici che non hanno nessun titolo per farsene portavoci, non ha certamente la funzione di mutare la condizione personale di gay e lesbiche, condannandoli senza appello a un’esistenza grama e silenziosa, ma piuttosto di svelare – sono ancora parole di Rodotà – come quella relazione affettiva possa essere valorizzata dal punto di vista del benessere collettivo.

E’ dunque più corretto quindi esporre il problema delle unioni gay nei termini che seguono.

Primo. Il riconoscimento delle coppie dello stesso sesso non lede in alcun modo la famiglia “tradizionale“, ma offre anzi prospettive di futuro per giovani gay e lesbiche che si scoprono e domandano alla politica che ne sarà di loro, nell’aspettativa che quest’ultima dia risposte in termini di accoglienza, e non di violenza o discriminazione.

Secondo. Non esiste alcun limite costituzionale a questo riconoscimento, perché la Costituzione promuove la famiglia come realtà sociale, non certo come nucleo inevitabilmente discriminante, che include alcuni ed esclude altri in virtù di una caratteristica personale (l’orientamento omosessuale) che non ha niente che fare con il contributo di ciascuno al progresso della famiglia stessa e della società in generale.

Terzo. Chiunque abbia fatto un minimo di catechismo da bambino sa che esistono nella Sacra Bibbia precetti sui quali persino la Chiesa Cattolica Apostolica Romana non esprime più un giudizio negativo. E sa anche che quanto scritto nella Bibbia sui rapporti tra persone dello stesso sesso (“non giacerai…” e via dicendo), più che favorire l’inclusione o la non-discriminazione, alimenta direttamente l’ostilità, la segregazione e la violenza nei confronti delle persone omosessuali a prescindere dalla loro condotta, e dunque unicamente per quello che sono. Non a caso proprio quei versi della Bibbia vengono oggi sfruttati da gruppi religiosi in Africa per proporre e approvare, com’è avvenuto in Uganda e Nigeria, leggi che puniscono i rapporti omosessuali con l’ergastolo, e ciò solo perché la pena di morte ha ricevuto critiche severe dal mondo diplomatico ed è stata quindi cancellata.

Un cattolico maturo dovrebbe domandarsi se il disegno di Dio contempli un premio finale per l’ostilità, l’odio e la segregazione, o se piuttosto non sia dovere morale di ogni cristiano smetterla di usare la religione come mezzo di coercizione politica nei confronti dell'”altro” e del “diverso”.  

Da quale parte i cattolici vogliono stare? La nostra classe politica è davvero più simile ai gruppi che fanno dell’omofobia fanatica e ossessiva la loro ragione di vita, e non piuttosto a chi si adopera per rendere l’Italia non migliore, ma decente dal punto di vista dei diritti individuali?